Un po’ per Palio, un po’ per non morire

Una sentenza non cambia nulla, ma la nostra stanchezza è molto più pericolosa per la Festa

Nelle cose di Palio più che altrove, un evento trascorso, per l’opinione comune, ha veramente il sapore dell’entropia, un’inesorabile e definitiva dissipazione di energia e chiarezza.

Non più come una volta“, “diverso e peggiore”, “da oggi cambia tutto“. Il dibattito intorno le condanne a contradaioli ne sia esempio.

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E tutto questo insieme a un florilegio di riflessioni dotte e intellettuali. Anche originali e intelligenti, ma fuori dal tempo. Nel senso che originano quando servono barricate a difesa, anziché essere ab initio principi comuni e condivisi, trasmessi a chi li deve imparare, per appartenenza, prima che un giogo eventuale li renda necessari.

Credo infatti che la nostra comunità – ma attenzione essa oggi è fatta in larga maggioranza da cittadini che hanno interesse per il Palio solo indiretto o prevalentemente speculativo -, se davvero interessata a mantenere la cultura della Festa al centro della nostra vita, debba mettersi in stato d’accusa, processarsi se volete, per il delitto d’inadeguatezza.

-Siena, Italia – August 16, 2024: Photo by Roberto Bassan – RBF

Molti di noi, probabilmente, hanno grandi e grandissimi meriti, ma collettivamente non siamo stati adeguati. Ogni minor spazio di facoltà dipende non tanto da leggi quanto da interpretazioni che non abbiamo contrastato.

E sono immagine di questo le nostre istituzioni, plebiscitarie o assegnate. Sembrano affrontare il momento con disinteresse, avvolte dalla stanchezza generale che pervade i senesi e dà importanza ai protocolli da firmare. Senz’altro con assenza di volontà di assumere responsabilità personali per la città, anzi sembrano preferire mettersi al riparo da qualsiasi problema conseguente ad una presa di responsabilità. Ma così è troppo comodo; come si diceva una volta, quando fai qualcosa di importante ci sta il pane e la sassata, e a volte sono più le sassate dei bocconi di pane. Non accetti questo concetto, non c’è vera mission.

In campo legale si parla molto di interpretazione giuridica delle norme, ma qui il vulnus, forse favorito dal clima politico di chi guida le istituzioni, arriva dall’applicazione di tutto alla lettera in modo tale che chi agisce sia comunque coperto. E quale norma nasce immediatamente calzante per le cose senesi? Non lo fu del tutto neanche la legge speciale per il gotico senese e il barocco leccese. Ai contemporanei, spazio ampio di replica se lo desiderano, preciso solo che ci riferiamo a cose che avvengono da anni.

Si prenda ad esempio l’allargamento del concetto della responsabilità oggettiva nelle imputazioni di giustizia paliesca. Una volta le contrade quand’era un principio a essere discusso, prescindevano dalla contestualità e lo rendevano fatto comune. L’anno scorso non è stato così, anzi… quasi un mors tua, vita mea. E non siamo noi a dirlo, ma ce l’ha scritto un amico, ex sindaco, di provato amore contradaiolo con argomentazioni chiare.

Siamo confusi, impauriti, inadeguati. Riconoscere il problema, a mio avviso, segna l’inizio della consapevolezza di volerlo affrontare. Non è cosa da sfigati: gli ultimi tre occupanti del soglio pontificio hanno restituito spiritualità alla Chiesa chiedendo scusa.

-Siena, Italia – August 16, 2024: Photo by Roberto Bassan – RBF

Tra le conseguenze immediate di questa accettazione supina di quel che presumiamo arrivarci dall’esterno c’è poi la sovrapposizione di un atteggiamento consueto: volontà di porci al centro, cioè la necessità che la nostra società senese ha di riaffermare l’autarchia della propria tradizione. E se si percepiscono come avvenute delle differenze, esse vengono introitate e costituiscono troppo facilmente nuova tradizione; parola quest’ultima molto utilizzata nella nostra città, parola che per me ha un valore se prima valuto chi è che l’ha pronunciata. Perché se tutti fossero abilitati ad usarla verrei privato in una notte di tutte le mie convinzioni su ciò che è parte ampia del mio vissuto e dei miei affetti.

Suvvia, tante persone con cui spesso parlo di questo mi danno ragione. E tuttavia prevale l’illusoria rappresentazione della Festa, salvabile, solo ponendoci al centro e riformandola. E lo si fa comparando un passato che non è mai lontano, mai supera la stessa tradizione orale esistente, perché a parte i veri studiosi, pochi vanno oltre una ricerca sul web; quindi non oltre il 1998, anno in cui Larry Page e Sergey Brin si/ci regalarono Google Search.

Quello che in questi giorni scrivono gli organi di informazione non è niente di storico. Una persona che per anni ha pagato di suo per collettare quello che è di tutti l’ha detto prima di me. Nel senso che ci sono state altre condanne per fronteggiamenti – che un tempo si chiamavano scazzottate, altre volte tafferugli o baruffe e pochissime volte rissa – e la processabilità dei medesimi non è verità recente. In casa mia ad esempio ho un ricordo di fatti addirittura precedenti alla mia nascita. Allora, la vittima si chiamava Remigio Rugani; sopravvissuto a quegli eventi, ricevette il danno aggiuntivo di esser protagonista suo malgrado di un processo che non aveva desiderato.

A questori, commissari, colonnelli e prefetti, succedutisi negli anni, tra le altre cose, questa dei cazzotti è cosa che non è mai piaciuta. Allora come oggi la miglior interpretazione è quella sfarfallata e seducente che il Magistrato delle Contrade ha rieditato il 25 marzo dell’anno scorso. La sicurezza sociale non è a rischio nei… fronteggiamenti. Anzi sono talmente componente antropologica riprodotta costantemente che non sono certo delittuosi.

Però, quando – facciamo un esempio inesistente -, il questore di Piacenza chiamava l’amico questore di Siena e lo prendeva in giro per il mancato perseguimento di “gravi delitti”, il secondo dei due poteva sfidare il primo a cuor leggero a indicargli una qualunque querela, o denuncia, o referto probante.

Se si era costretti ad andare all’Ospedale, non vi potete immaginare quante cadute dalle scale avvenivano nei giorni di Palio. Il mi’ babbo, che era medico, mi raccontò dell’ammirazione per l’efficienza ocaiola in un dopopalio che si era rivelato davvero molto rovente. Nei paraggi della Costarella venne precettato da dirigenti di Fontebranda che lo pregarono di seguirli alla Trieste dove lavorò a lungo di fasce, ago e filo. L’indomani non c’era prova formale che alcun contradaiolo dell’Infamona avesse riportato una qualche lesione.

-Siena, Italia – August 16, 2024: Photo by Roberto Bassan – RBF

Poi le contrade sono cambiate. Non c’era più Folgore a fermare con un golino il primo dei suoi ragazzi che avesse visto con qualcosa in mano diverso dal pugno chiuso. Non c’erano più i fasti che un amico mi descrive nel Palio visto da Petroio. I contradaioli meno “preparati” hanno cominciato a credere nel doppio binario, cioè andare a fa’ cazzotti è un diritto, ma se mi ritrovo con un distacco di retina, ti denuncio e ti tolgo le mutande. Si vabbeh.

Giovane cronista, ricevevo le confidenze, sofferte, di un membro della Polizia municipale quando si scatenò la loro ribellione, poi sostenuta in ambito sindacale, che portò all’astensione dall’intervento nel corso dei fronteggiamenti di piazza. Anche lì, i “meno preparati”, fatemeli chiamare mediocri, aspettavano di avere un cordone tra loro e l’avversaria, serravano a quel punto le linee e tiravano da sopra verso l’aldilà con la conseguenza che la metà di quel che era stato, restava nel mezzo. Cioè sulla testa di quell’amico che mi annunciava funesti presentimenti. E di tutti i suoi colleghi che alla fine chiesero protezione al sindacato.

Niente preordinazione, niente a chi è in terra, niente in mano, massimo rispetto, quando arrivano i vigili si canta e si va a casa, a bere insieme il più velocemente possibile… dopo. C’era epica nel racconto-insegnamento che i miei familiari mi hanno trasmesso. Se i nostri comportamenti oggi non sono questi, cosa faremo domani? Daremo un valore alla nostra inadeguatezza e ripartiremo da lì o la prossima cosa che vedremo sono striscioni sui palchi per dire “onore ai diffidati/condannati”.

E oggi? Pensando a chi non si è reso responsabile di nulla, non è spesa un po’ troppo facilmente la solidarietà ai condannati in primo grado? Sicuramente è atto frettoloso senza lettura delle responsabilità singole, che poi a noi di esse né ci frega né ci interessa. La nostra preoccupazione è per gli altri, quelli che sono condizionati dalle scelte di pochi, ma che sono anima e contenuto della vita nelle nostre contrade che è basata sulla cultura del bene comune, sul fare quel che serve solo perché serve. Non sull’essere smargiassi. Se questa miriade di senesi – ce li fate chiamare contradaiole/i? Ci fate dire che hanno problemi inespressi per ciò che succede? – incrociassero le braccia… Pensassero che la loro devozione al fare per il bene comune è inutile… che ne sarebbe della nostra celebrata festa?

Riparliamo del bene comune. Del valore che questa città gli dette quando il desiderio di unione portò la città stessa a distinguersi nel mondo e il Lorenzetti ad affrescare il Buongoverno.

Resistenza a pubblico ufficiale. Un delitto grave che è anche difficile dimostrare di non aver commesso perché ci sono le circostanze di tempo e di luogo a sfavore. In più le lesioni che ogni pubblico ufficiale deve d’obbligo farsi refertare perché a questo punto si segue le logiche del Pubblico ministero: chiedere tanto per avere il giusto.

Ma queste persone che operano per gli atti che poi noi sosteniamo che ci condizionino, ubbidiscono tutte a qualcuno; e non possono fare diversamente.

Gli unici che possono scegliere siano noi senesi: fare, non fare; difendere, non difendere; giudicare, non giudicare; decidere, non decidere; cedere o resistere alla stanchezza.

Non insegniamo ai nostri giovani che abbiamo perso la facoltà di parlarci chiaro, senza saper quando, come e perché.

(le immagini utilizzate sono per gentile concessione di Roberto Bassan)

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