Don Sirio Politi e i preti-operai di Viareggio

Se oggi un rider con un pacco in mano si presentasse a casa vostra vestito con una tonaca pensereste ad uno scherzo di carnevale. Molti, decenni fa, nel passato secolo, quando Don Sirio Politi si presentò un mattino ai cancelli del Cantiere Picchiotti come un qualsiasi operaio, indossando la talare nera, allora si gridò alla provocazione.

Darsena operaia e padronale, scontro di classe, divisione ideologica, un bel po’ di anticlericalismo: ecco, quello era il clima. Tuttavia Don Sirio, che per i primi tre giorni, ogni mattina, andava in cantiere e al suo armadietto si toglieva l’abito di prete, indossava la tuta e poi andava a spazzare e pulire i gabinetti e i locali della fabbrica, dopo un duro noviziato, fu accettato, fino ad essere riconosciuto come difensore dei diritti del lavoro.

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La commemorazione di due anni fa di don Sirio Politi

Non chiese nessuna considerazione particolare o condizioni di favore al padrone: anzi, spesso era in prima fila a rivendicare salari adeguati e diritti ma anche per trovare mediazioni utili al lavoro e all’impresa. Come nella vicenda della commessa dei dragamine in legno che Picchiotti aveva preso dalla Marina militare e ai quali, all’atto della consegna, il cantiere doveva fornire pure la bandiera di combattimento.

Uno sciopero ad oltranza bloccò le attività ma a don Sirio venne una soluzione che consentì di sbloccare la situazione e consegnare i dragamine contrapponendo però, alla bandiera di guerra la lampada della pace all’ingresso della Chiesetta del Porto. Non si era sindacalizzato, era equo nei giudizi sui partiti, senza fare sconti a nessuno: uno spirito anarchico insomma che seguiva la sua Fede che era forte e convinta e non andava troppo d’accordo con quella ufficiale, dove ordine, gerarchie, regole, dottrina e potere erano prioritari.

Ai comunisti che lo canzonavano perché credeva in qualcosa che non c’era, Don Sirio rispondeva così: “Se mi dimostrate che c’è qualcuno di più meritevole in cui credere di Gesù, sono pronto a lasciare tutte le mie convinzioni per seguire chi mi convincesse di più”. Don Sirio è stato uno dei maggiori protagonisti del movimento dei Preti Operai in Italia.

Ne ho parlato a lungo con don Luigi Sonnenfeld che è stato un suo allievo e ha fatto parte di quel nucleo di collaboratori più stretti: Don Rolando Menesini, Don Beppe Socci, Don Beppe Pratesi, don Mario Facchini, i preti che fecero parte della Comunità di Bicchio (1965 – 1972) nella periferia agricola di Viareggio.

Don Luigi Sonnenfeld con il suo inseparabile amico Lord

I preti operai, o come meglio l’identifica la loro rivista i “Pretioperai”, a significare un concetto non divisibile e due connotazioni non alternative, sono presenti fin dagli inizi del Novecento e sviluppano la loro maggiore presenza e consistenza organizzativa in Francia, in Belgio, in Germania, in maniera meno estesa e successiva in Italia.

Il movimento nasce come risposta ai cambiamenti economici e produttivi, all’affermarsi della grande fabbrica capitalistica fordista taylorista e come esigenza di un certo numero di preti di stare tra la gente comune, a partire da coloro che con le loro braccia e con le loro abilità creano valore ogni giorno, danno concretezza alle loro abilità intellettive, alla loro immaginazione e alla loro creatività.

E’ una esigenza che aveva anche una forte motivazione di cambiamento nei confronti di una Chiesa che si stava sempre più allontanando dalla realtà, dai veri problemi della gente. Una Chiesa dove le gerarchie avevano finito per ridurre la Fede a sommatoria di regole, a norme di comportamento, a un complesso di liturgie formali. Una Chiesa che si era fatta connivente e a sostegno del Potere, dimenticandosi che i Vangeli non sono altro che un racconto di vita, della vita di Gesù che si fa uomo partendo dagli umili, dalla gente comune.

Gli anni Cinquanta del Novecento sono anni difficili, di uscita dalle macerie della guerra, di ricostruzione del Paese ma anche di divisioni, di scelte di campo, di un aperto intervento delle gerarchie a sostegno della scelta atlantica, dell’anticomunismo e del sostegno aperto alla Dc.

L’abitazione con annessa chiesetta e l’interno del luogo di culto

Viareggio è segnata da questi conflitti e da questi muri che impediscono il dialogo, il confronto, la frequentazione reciproca. Sono gli anni in cui Don Sirio è incuriosito e preso dalla spiritualità contemplativa e dalla figura del Gesù povero, che sta tra la gente: ecco perché guarda con preoccupazione e con sempre maggiore insofferenza a quella Chiesa che invece considera il Cristo in termini di potere, che lo assimila ad un Re come si canta nelle messe.

La vita e l’evoluzione del pensiero di Don Sirio sono determinate da alcuni episodi che nel 1944 ne segneranno in maniera inequivocabile il percorso: dalla parrocchia di San Frediano di cui era cappellano il brusco rientro a casa sua a Capezzano perché sconvolto dall’eccidio avvenuto a Lucca, poco fuori delle mura, di Don Aldo Mei. Poi, l’incarico della cura della parrocchia di Bargecchia dopo che il suo parroco, Don Giuseppe del Fiorentino era stato arrestato e poi fucilato dai tedeschi a Filettole.

A Bargecchia Sirio ha modo di dare sfogo alla sua grande, nascosta creatività artistica: nella chiesa dipinge infatti l’abside con un Gesù “trasfigurato”, ma dalle caratteristiche umane; conosce ed ospita un prete lucchese, medaglia d’oro per aver salvato numerosi ebrei dalla deportazione, con il quale stabilirà un fecondo rapporto: don Arturo Paoli.

Ad Arturo, già figura di spicco nei vertici della Azione Cattolica nazionale epurata dopo la scelta delle gerarchie vaticane di schierarsi contro il partito comunista, viene imposto di imbarcarsi su una nave che fa spola con l’America Latina affidandogli il compito di assistere, senza poter sbarcare, gli immigranti italiani in cerca di un lavoro e di condizioni di vita migliori.

Durante questo viaggio, Arturo entrò in contatto con un religioso francese seguace di Charles De Foucauld, monaco che iniziò una testimonianza silenziosa del Vangelo condividendo le condizioni di vita e di lavoro delle periferie operaie e dei meno abbienti.

i murales di Giovanni Lazzerini che è stato pittore, scultore, artista del vetro e uno dei più importanti costruttori di carri del Carnevale di Viareggio e che volle dedicare proprio all’esperienza dei Preti Operai

Sirio rimane colpito dalla scelta di Arturo di farne parte e vuole seguirne l’esempio: l’allora Vescovo di Lucca, però, non glielo consente, ma gli permette di stabilirsi nella Darsena marittima e operaia di Viareggio, la piccola Stalingrado come veniva allora chiamata, trasferendosi su un barcone, stimolato da quelle esperienze dei navigli sulla Senna che facevano trasporto di merci varie: vorrebbe infatti acquistarne uno in disarmo e farne la sua residenza.

In realtà c’è un piccolo capannone proprio al Moletto Sanità riservato all’attracco incatenato delle barche con bandiera gialla, quelle dove era ordinata la quarantena. Nel piccolo capannone, ormai in rovina, durante la seconda guerra, avevano trovato dimora la Primetta, una prostituta molto malata, sua madre e tre dei suoi figli piccoli. Sirio riuscì a trovare una abitazione alla Vetraria per Primetta e la sua famiglia e chiese al Demanio Marittimo di poter realizzare in quel luogo una chiesetta con annessa piccola abitazione.

Quadro testimonianza della lotta contro il riarmo e per la pace

Dopo il periodo di operaio addetto alle pulizie per il cantiere Picchiotti, Sirio divenne tracciatore al Cantiere Itoyz. Nel 1959 l’editto del Vaticano obbligò i preti impegnati nell’esperienze lavorative a scegliere se stare nella chiesa o se fare gli operai fuori dai voti. Sirio decise, non senza sofferenze e una grande amarezza e dopo giorni di meditazione in un rifugio isolato sulle Apuane, di rimanere nella Chiesa. Fu nominato insegnante di religione ed è proprio in quel periodo che nacque l’amicizia con Don Rolando parroco di Nozzano e insegnante di religione al Liceo delle Mantellate di Viareggio.

Rolando aveva una spiccata sensibilità verso il lavoro operaio: era stato cappellano a Bozzano ai primi tempi dell’Apice la fabbrica di scarpe dei Rontani. I due pensarono di chiedere al vescovo di Lucca l’autorizzazione a costituire una piccola comunità. Alla fine di un tira e molla tutt’altro che semplice, fu decisa l’autorizzazione alla nascita della Parrocchia della Natività a Bicchio e alla formazione di una comunità di uomini e donne: Don Sirio, Don Rolando e Maria Grazia che veniva da Roma. Fu trovata una casa per le attività in via Bozzana, in affitto dai fratelli Pezzini, e lì si cominciò un’attività agricola e di allevamento animali. La comunità era frequentatissima da seminaristi, ricercatori, missionari, giovani della contestazione… Don Sirio era una mente aperta alle riflessioni più ampie ed elevate sull’uomo, sulla fede, sul rapporto con le istituzioni e poi successivamente sui temi della pace, della lotta per il disarmo e divenne, negli anni, uno dei punti di riferimento del movimento nazionale per la pace e la nonviolenza.

L’interno della casa di don Luigi e alcuni dei suoi impegni

Luigi ricorda il suo stesso percorso: la sua delusione dopo i primi due anni di seminario: una scelta che gli sembrò del tutto sbagliata. La vita del prete lo spaventava, ma più di tutto lo spaventava quella consuetudinarietà di regole, di azioni codificate, di norme da seguire… Poi incontrò Rolando che un giorno lo caricò sulla sua vespa e lo portò a Viareggio alla Chiesetta del Porto.

“Ebbi subito un incarico: condurre una barca a remi per il porto portando a spasso un prete di Milano ospite di Sirio”. Luigi pensò che dalla padella si poteva anche cadere nella brace! Ma il suo animo si aprì all’ora di pranzo, quando nella saletta attigua alla Chiesa attorno ad una tavola trovò diverse persone: un pescatore, un mezzo matto, un uomo che passava per caso di lì, due donne: era la normalità, una vita sociale, una reciprocità, un continuo parlare, ascoltarsi e capirsi.

Prima della partenza un lungo discorso di Sirio in privato, di cui Luigi non ricorda nulla, perché oramai la scelta era fatta: fuori dagli schemi, da regole sdrucite e logore, di breviari e di giornate già tutte programmate, la Comunità, la vita tra gli altri e con gli altri, la fede che si umanizzava, i Vangeli che riportavano l’apostolo tra le moltitudini e soprattutto accanto a chi soffre, ai diseredati, a chi ha problemi, a chi la società ha tolto tutto, per dispensare misericordia e lavoro, per godere della reciprocità. Così Luigi da mezzo ingegnere diventò l’ultimo dei manovali: mentre Rolando lavorava e plasmava con la forgia, lui gli doveva tenere il ferro con le tenaglie, dar mangiare agli animali, occuparsi della pulizia di gabbie e recinti dedicando vita e lavoro in comunità. Nei 1972 la Comunità di Bicchio “esplose” sotto la spinta delle “chiamate” provenienti da una società in forte cambiamento. Fedele alla propria convinzione di seguire gli input provenienti dalla vita vissuta senza legarsi nel tempo a forme particolari, don Sirio, Maria Grazia, Beppe e Luigi ripartirono dalla chiesetta del Porto, Rolando rimase per alcuni anni nella casa di via Bozzana, gli altri seguirono strade feconde di impegno e di viva testimonianza umana.

Morto don Sirio nel 1988, l’idea di comunità si coniugò con quella di cooperazione. Fu proprio Luigi a spingere verso questo approdo: presero consistenza la Crea e l’Associazione Arca di cui Don Beppe Socci fu uno dei principali animatori. Queste realtà ebbero modo di utilizzare un importante nucleo di obiettori di coscienza, mentre le attività si ampliavano e cresceva il numero delle persone che diventavano socie. Tra il 1991 e il 1995, tramite l’aggiudicazione di nuovi servizi attraverso gare d’appalto, Crea si cominciò a diffondere in Versilia e, successivamente nell’intero territorio provinciale.

Don Beppe Socci

Cosa resta oggi di quella comunità e di quell’esperienza dei preti operai a Viareggio? Una cooperativa importante associata a Legacoop Toscana con oltre 200 soci lavoratori, una vicenda importante e significativa per la città di Viareggio che molto spesso dimentica la propria storia o non fa granché per trasmetterla e farla conoscere ai ragazzi e ai giovani. Una testimonianza tra le altre raccolte in Italia dalla rivista Pretioperai con numeri ancora previsti in uscita e leggibile dal 1986 ad oggi sul sito omonimo (www.pretioperai.it).

Luigi – che tiene ancora aperta la Chiesetta del Porto – getta uno sguardo sull’oggi, sulla società dove il lavoro manuale è stato integrato o in alcuni casi interamente sostituito dall’automazione e dove i vecchi mestieri si stanno ormai perdendo. Riflette a voce alta sulle contraddizioni di questa società a partire dalla questione climatica e ambientale, a quella dei giovani e delle donne e cita alcuni aspetti delle encicliche e del pensiero di Papa Francesco sui nuovi schiavi, sulle moltitudini di persone che non hanno cibo sufficiente, né acqua né vestiti e , all’opposto, la vita dello spreco e del consumo ossessivo delle grandi città. Un pensiero va alle guerre e agli odi raziali che sono tutt’altro che sopiti ma anche ai grandi dislivelli sociali. “Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca” dice Papa Francesco e, ancora, “non basta più indossare un nuovo vestito e rimanere come eravamo prima”.

E Luigi sa che il pensiero di Francesco cozza contro una modalità organizzativa della Chiesa che è rimasta sostanzialmente la stessa di decenni or sono e che fatica a riformarsi; di preti che guardano solo all’ordine e alle gerarchie e si limitano a recitare una liturgia che non riesce più ad affascinare, a dare un senso di fede al futuro, di preti che hanno confuso la propria missione evangelica con una semplice e ripetitiva professione. Sarebbe necessario un grande Sinodo, una grande riforma di mezzi e mansioni, un nuovo movimento che sia in grado di riaprire dialoghi, di valorizzare i lavori e la socialità, le aggregazioni, a ricostruire nuove comunità… I giovani devono prendere questa bandiera e tornare ad essere protagonisti del loro futuro e di quello della società!

(nella foto di copertina: Don Sirio Politi)

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