Partecipare, spesso solo un lasciapassare per l’irrilevanza personale

Paolo Benini ci suggerisce che la vera domanda non è quali sono i valori dello sport, ma quali servono davvero

Un po’ per stare in contatto, un po’ per non dimenticarsi, accettiamo una lettera dalla sue villeggiature montane dal dottor Paolo che va ad integrazione della sua bella rubrica #oltreognivittoria. Oggi è prodigo di citazioni… Tra gli altri: Gabriel García Márquez, Friedrich Wilhelm Nietzsche e Pierre de Coubertin.

Caro Direttore, sono in giro, ma nei ritagli di tempo vi seguo. E per ciò che accade a Siena, bastano e avanzano anche pochi ritagli di tempo.

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A Macondo “piovve quattro anni, undici mesi e due giorni” mentre a Siena “passarono 4732 giorni” senza che nulla cambiasse. Sicuramente il futuro aeroporto renderà i miei spostamenti più agili e penso che comprerò un piccolo aereo, elettrico naturalmente, per la sostenibilità! Lei mi capisce!

Vedo che la musica è sempre la stessa: dibattiti, tavole rotonde, solenni dichiarazioni financo sui valori dello sport. Una retorica sempre uguale, declamata con lo stesso tono ispirato di chi annuncia rivelazioni mistiche. Il valore dello sport! L’educazione dello sport! Lo sport come scuola di vita! Ormai, manca solo il santino con l’aureola e il cero votivo accanto.

Ma siamo sicuri di sapere di cosa parliamo? Perché questi famosi valori, più che strumenti vivi, sembrano reliquie imbalsamate. Qualcosa che si venera senza più capirne il senso, dogmi recitati a memoria come formule magiche.

“Che sono dunque queste chiese, se non le tombe e i sepolcri degli dèi?” Ecco, appunto. Cattedrali del passato, svuotate del loro significato originario, proprio come certi discorsi.

Si parla di rispetto, fair play, inclusione, spirito di sacrificio. Si esaltano la crescita personale, la solidarietà, il gioco di squadra. Tutto giusto, tutto bello, tutto edificante. Ma poi? Poi invece lo sport è un’arena spietata dove i tabelloni non lasciano spazio alla poesia o alla retorica. Puoi essere il più corretto, il più educato, il più ispirato dagli ideali più nobili… ma se non performi, se non reggi la pressione, se non migliori, resti indietro. Fine della storia.

E qui arriva la frase più gloriosamente abusata e mal interpretata della storia dello sport, povero barone: “L’importante è partecipare”.

Ah, che meraviglia! La scusa perfetta, il balsamo per ogni classifica impietosa, il mantra ufficiale di chi arriva ultimo con grande dignità. Certo che un certo tipo di ultimo ha la sua dignità ma peccato che la frase sia stata trasformata in un lasciapassare per l’irrilevanza personale. Partecipare è importante, certo. Ma solo se nel frattempo ci si impegna a non restare fermi come soprammobili. Perché nello sport, così come nella vita, la partecipazione senza progressione è una comparsata. Ti danno la maglia, ti fanno la foto, poi sparisci sullo sfondo mentre quelli che contano giocano la partita vera.

E non è solo una questione sportiva. Anche fuori dallo sport, ci sono quelli che vogliono costruire e quelli che vogliono solo esserci.

La politica è un fulgido esempio: centinaia di galleggianti e 3 o 4 illuminati. Mia nonna li avrebbe chiamati “mangia pane a tradimento”. C’è chi si pone obiettivi e lavora per raggiungerli, e chi si limita a partecipare, galleggiando nella zona di conforto e cercando scuse quando i risultati, naturalmente attesi senza costrutto, non arrivano. Accade nel lavoro, nello studio, nella vita.

C’è chi ha la disciplina per tentare di avanzare e chi si consola con la pacca sulla spalla e il classico : “l’importante è provarci”.

Ecco perché la vera domanda non è quali sono i valori dello sport, ma quali servono davvero. Vogliamo valori come ornamenti retorici o come strumenti concreti?

Perché se il loro scopo non è aiutare una persona a diventare migliore — che sia vincere una gara, ottenere un risultato o semplicemente progredire rispetto a ieri — allora restano parole vuote, perfette per i convegni pieni di applausi e di niente. Alla fine due pasticcini e due pizzette e tutti a casa.

Contenti… ma contenti! La verità è che l’unico valore che conta davvero è la concentrazione. Tutto il resto è folclore, colore, coreografia. La concentrazione è ciò che distingue chi costruisce un percorso da chi si accontenta di esserci. È la qualità che trasforma il sacrificio in progresso, che permette di restare focalizzati quando la fatica morde, che separa chi fa sul serio da chi trova sempre una scusa per non sporcarsi le mani.

Perché nello sport non basta avere un obiettivo scritto su un foglio, come fosse un programma elettorale. Serve la lucidità per perseguirlo, la forza mentale per non distrarsi, il rigore per non cercare alibi.

Qui non basta parlare bene, girare la frittata o improvvisare una narrazione accattivante. Qui non esistono i talk show dove chi urla più forte sembra avere ragione, né commissioni pronte a insabbiare i fallimenti con qualche dichiarazione rassicurante. Qui il giudice non è un sondaggio, perché vediamo su cosa si basa la gente, ma un numero.

Il cronometro non vota per simpatia. Il tabellone non si lascia commuovere da un bel discorso. Qui o arrivi primo, o arrivi dopo. Nessuna standing ovation per… l’interpretazione convincente. Non siamo a teatro.

E così è nella vita. Il mondo non premia le buone intenzioni, premia chi sa tradurle in azione. Gli altri? Fanno le “cose” con la c minuscola, si lamentano delle ingiustizie o, più semplicemente, si fanno un selfie con il pettorale, mentre quelli che contano sono già avanti. “Diventa ciò che sei”, il resto è teatro! Ad maiora.

Paolo Benini

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