Ribelle per natura e viaggiatrice per passione dall’estremo Nord della Mongolia ai deserti africani
Seconda parte dell’intervista con Stefania Gnoato, motociclista, viaggiatrice e donna dallo spirito libero. Dopo averci raccontato l’infanzia ribelle, la passione per la moto e il grande viaggio in Sud America, oggi ci parlerà di altre avventure, dall’estremo Nord della Mongolia ai deserti africani, fino al cambiamento profondo nella sua vita.
La Mongolia e l’imprevisto che cambia il viaggio
Stefania, la volta scorsa abbiamo parlato del tuo lungo viaggio in Sud America, che ha lasciato un segno profondo nel tuo modo di essere e di vedere il mondo. Ora so che hai vissuto un’esperienza altrettanto intensa in Mongolia. Cos’è successo?
“L’idea era di attraversare la Mongolia in moto. Siamo partiti in due: io e il mio compagno dell’epoca, per un viaggio di oltre un mese. Avevamo con noi due moto, entrambe mie: una Husqvarna 701 e la mia fidata Aprilia Caponord 1200”.
Come mai due moto tue?
“In origine volevo guidare l’Husqvarna, che però era piuttosto alta. Avevo chiesto al concessionario di abbassarla un po’, ma non hanno fatto in tempo a finire il lavoro prima della partenza. Così abbiamo deciso che l’avrebbe guidata lui, visto che era alto. Io, invece, avrei preso l’Aprilia, che conoscevo bene e che era più adatta alla mia statura. Avevo già esperienza di viaggi in solitaria e mi sentivo sicura”.
Però a un certo punto c’è stato un incidente…
“Sì. Non ricordo bene perché, ma ci eravamo scambiati le moto, e mentre attraversavamo uno sterrato impegnativo si è rotta la barra di supporto dei miei faretti. Ero concentrata, sentivo qualcosa che stava cedendo e ho tentato di frenare. La ruota anteriore si è chiusa e sono volata a terra, rompendomi la spalla. Il mio compagno, poco esperto, si è spaventato più di me, e la situazione non era delle più semplici”.
Eravate in mezzo al nulla, immagino…
“Letteralmente. Per fortuna sono rimasta lucida e ho detto al mio compagno: “Monta la tenda, cuciniamo qualcosa e vediamo domattina se passa qualcuno”. Lui temeva non passasse anima viva, ma dopo un po’ è arrivato un cacciatore in macchina, armato di fucile. Io ero abbastanza tranquilla; il mio compagno, invece, quasi tremava”.
Deve essere stato un momento surreale…
“Abbastanza! Mi sono detta: “È un cacciatore, è normale che abbia un fucile”. Ci ha caricato in auto, insieme a una delle due moto, e ci ha portato in un villaggio con un alberghetto semplice. Saremmo tornati il giorno successivo a recuperare l’altra moto. L’alberghetto era in legno, il bagno era esterno, ma almeno avevamo un tetto. Sono rimasta lì qualche giorno con la spalla dolorante, e loro si sono presi cura di me”.
Hai potuto conoscere bene i mongoli, quindi…
“La frattura mi ha costretto a fermarmi e a stare a contatto con le famiglie del posto. Mi hanno portato da una sorta di “guaritore” tradizionale che mi ha riallineato l’osso, cucinavamo insieme, giocavo con i bambini. Erano di una gentilezza incredibile. Ho perfino cucinato la pasta che avevo con me, per sdebitarmi. Quando sono ripartita, dopo aver pagato l’albergo, mi hanno restituito la somma dicendo: “Vogliamo che sia un dono”. Mi hanno persino regalato un piccolo portafoglio con dentro i miei soldi. Sono scoppiata a piangere”.
Una vera lezione di umanità!
“Sì, la Mongolia mi è rimasta nel cuore. Non ho completato il percorso che volevo, ma forse è stato più bello così. Ho scoperto un’ospitalità antica, il valore di chi non ha quasi nulla, ma è disposto a condividere tutto”.
Verso l’Africa: dal fuoristrada all’aiuto concreto
Dopo la Mongolia, ti sei dedicata ad altri viaggi. Ti manca mai la tua azienda, le macchine per la maglieria?
“In realtà ho continuato a lavorare ancora un po’, anche in Serbia e in Romania, ma più andavo in posti poveri e più mi sentivo stretta nella routine. Guardavo il mio “armadio” e pensavo a quanto fosse superfluo. Così ho deciso di ridimensionare la mia vita, chiudere la filiale in Serbia e dedicarmi ai viaggi con maggiore libertà”.
E sei passata all’Africa…
“Sì, ho iniziato con un viaggio in Libia in 4×4, appena c’è stata una parziale riapertura. Lì ho scoperto paesaggi mozzafiato, e da quel momento ho proseguito: Algeria, Marocco, Mauritania… L’Africa ti entra dentro”.
Ma stavolta niente moto?
“Viaggio spesso in fuoristrada con un piccolo gruppo di amici che si è formato proprio durante il primo viaggio in Libia. Di solito partiamo a novembre e ci spingiamo in zone sempre più remote. All’inizio eravamo più focalizzati sull’avventura fra le dune, ma strada facendo abbiamo incontrato luoghi poverissimi. Ho iniziato a portare vestiti, scarpe, quaderni, medicinali. Non credo nelle donazioni in contanti: preferisco dare io stessa ciò che serve alle persone”.
Hai qualche episodio che ti ha colpito?
“Tantissimi. In Mauritania, per esempio, ho fatto i popcorn in padella per dei bambini: sono scappati urlando, come se avessero visto fuochi d’artificio. Poi, curiosi, sono tornati a mangiare e si sono divertiti come matti. Ricordo anche una bambina terrorizzata dai “bianchi” che ha preso uno dei miei pacchetti — con scarpe, magliette e vestiti — ed è corsa via. Più tardi, quando mi sono accampata dietro il villaggio, l’ho trovata lì che mi tirava la giacca, per mostrarmi che indossava il golfino trovato nel pacchetto. In quei momenti capisci quanto basti poco per fare la differenza”.
La svolta definitiva: viaggiare per ritrovarsi
Tornando da questi viaggi, ti sei chiesta quale fosse la direzione per il tuo futuro?
“Ogni volta era un tuffo al cuore vedere il contrasto fra le mie comodità e la vita di certe popolazioni. Ci ho riflettuto e ho pianto, lo ammetto, quando ho scelto di chiudere le mie attività. Era rischioso, ma mi ero costruita una gabbia: non lavoravo più per vivere, ma per accumulare. Ora ho più tempo per viaggiare, i miei figli sono grandi e posso seguire i miei progetti. Ho messo da parte qualcosa per il “badante”, come scherzo sempre, e vado in giro finché posso”.
Non ti manca la produzione industriale?
“Non rinnego la mia vita passata: il lavoro duro, l’orgoglio di avviare e dirigere la produzione in luoghi fuori dall’Italia, i sacrifici per ripagare i debiti… Ora, però, sono una donna libera. La meccanica, la fabbrica, sono state un periodo formativo, ma ho guadagnato un nuovo orizzonte. Viaggiare non è più solo una passione personale: è un’opportunità di incontro”.
Qual è il messaggio che vorresti lasciare?
“Che nella vita bisogna osare, ma non in modo sprovveduto. Quando parto per un viaggio, mi preparo sempre: vaccini, kit di pronto soccorso, contatti locali. E avviso i miei figli di dove sono. Però non bisogna aver paura di aprirsi alle persone, anche in posti lontani o considerati pericolosi. Sì, ci sono rischi, ma c’è anche tantissima curiosità e gentilezza che ci aspettano”.



Grazie, Stefania, per averci raccontato questa seconda parte del tuo percorso e di come hai trasformato i viaggi in un’esperienza di arricchimento non soltanto tuo, ma anche per gli altri.
“Grazie a te, Luca. Se ho potuto ispirare altre donne – e anche uomini – a non rinunciare alla propria libertà, allora sono felice”.
Mi hai fatto venire ancora più voglia di esplorare il mondo. Buona strada per le prossime avventure!
“Crepi il lupo! E buona strada a tutti!”
(2 – fine)