Rosenthal, Bandura o Noakes applicati alla Mens Sana

Ipotesi intellettuali del dottor Paolo sui “cali prestativi” della Note di Siena

Con il dottor Paolo, ossia l’amico Paolo Benini, non veniamo meno alla consuetudine di pizzicarci un po’ quando i fatti di cronaca lo richiedono/permettono. Talvolta siamo noi ad intervistarlo o rampognarlo, altre volte è lui a proporci contributi per la sua rubrica #oltreognivittoria. Stamani qualcosa di finora inusitato… una lettera al direttore. Che poi in genere è anche l’estensore di molti degli scritti recenti sulla Mens Sana.

In essa il dottor Paolo oltre a dirci che ci legge, ammette che la nostra descrizione non gli ha al momento consentito di capire attentamente il problema che ha la squadra biancoverde quando ha cali repentini nella seconda parte della gara… E quindi introduce anche l’ipotesi che sia chi scrive, o lo stesso pubblico, a essersi fatto un’idea fuorviante.

- Advertisement -

E quindi ci regala una molto interessante digressione che nelle prossime ore ciascuno di noi potrà utilizzare per misurare e confrontare le problematiche della Mens Sana. Tutto ora è molto più chiaro basta solo capire se intendiamo dare ragione a Nickerson, piuttosto che a Rosenthal, Bandura, Noakes o uno degli altri citati. Chiaro, no? Per questo lo ringraziamo e vi invitiamo alla lettura (dr).

Caro Direttore, leggo con interesse e ammirazione i suoi appassionati articoli sulla Mens Sana Basket. È evidente il suo coinvolgimento emotivo e la cura con cui segue le vicende della squadra.

Ho notato che ha più volte sottolineato un aspetto ricorrente nella stagione: i cali prestativi della squadra nella seconda metà di gara. Comprendo come questa narrazione possa diffondersi e diventare un dato acquisito nella percezione collettiva.

Premetto che non dispongo di dati oggettivi per valutare il fenomeno in modo analitico. Il mio intento è dunque quello di proporre, in un puro esercizio professionale, alcune ipotesi generali che potrebbero fornire una chiave di lettura, senza la pretesa di avvicinarsi necessariamente alla realtà dei fatti.

Una prima possibilità è che questa storia sia meno vera di quanto sembri e che la sua origine sia influenzata da fattori percettivi ed emotivi. La psicologia cognitiva ci insegna che spesso tendiamo a vedere ciò che conferma le nostre convinzioni preesistenti e a ignorare le informazioni che le contraddicono, un meccanismo noto come bias di conferma (Nickerson, 1998). Se un osservatore – allenatore, tifoso o giornalista – è convinto che la squadra abbia un calo prestativo nel secondo tempo, sarà portato a notare e ricordare più facilmente le partite in cui ciò accade, trascurando quelle in cui il fenomeno non si verifica. Inoltre, la nostra mente giudica la frequenza di un evento sulla base di quanto facilmente ci torna alla memoria. Se alcune partite chiave sono state segnate da un calo nella seconda metà di gara, questi episodi diventeranno più salienti e finiranno per rafforzare la narrazione generale, a prescindere dalla reale incidenza del fenomeno.

Oltre a queste distorsioni percettive, esiste un altro fattore che può giocare un ruolo importante: l’effetto delle profezie che si auto avverano. Lo psicologo Robert Rosenthal, con il suo celebre studio sull’Effetto Pigmalione, ha dimostrato come le aspettative possano influenzare le prestazioni in modo significativo (Rosenthal & Jacobson, 1968). Se giocatori, staff e tifosi interiorizzano l’idea che la squadra crolli nella seconda metà di gara, questa convinzione può trasformarsi in realtà attraverso diversi meccanismi. Il primo è un aumento dell’ansia anticipatoria: sapere che il secondo tempo sarà critico può generare tensione e paura di sbagliare, riducendo così la concentrazione e la fluidità del gioco. Il secondo è una riduzione della fiducia: quando si pensa di essere destinati a calare, si tende a giocare con meno convinzione e meno aggressività nelle scelte. Qui entra in gioco il concetto di autoefficacia teorizzato da Albert Bandura (1997), secondo cui la percezione di essere in grado di affrontare una sfida ha un impatto diretto sulla performance. Gli atleti con un alto livello di autoefficacia tendono a mantenere lucidità e determinazione anche nei momenti difficili, mentre chi si convince di essere destinato a perdere concentrazione e intensità finisce per confermare questa aspettativa. Un altro possibile effetto è quello di favorire una maggiore sicurezza negli avversari, che percependo il crollo come inevitabile, giocano con meno pressione e maggiore lucidità.

Se invece il fenomeno fosse reale, altre spiegazioni potrebbero trovarne il fondamento. Una di queste riguarda gli aspetti fisici e la preparazione atletica. La scienza dello sport ha dimostrato che la fatica non è solo una questione muscolare, ma anche cerebrale. La percezione della stanchezza dipende dalla capacità del cervello di gestire lo sforzo nel tempo, e se una squadra non è preparata per mantenere lo stesso livello di intensità per tutta la gara, può subire un calo fisiologico (Noakes, 2012). Sarebbe interessante analizzare i dati sulla resistenza della squadra rispetto agli avversari, per capire se il problema sia legato a un deficit di preparazione o a una strategia poco efficace nella gestione delle energie.

Un’altra possibilità è di natura tattica. Alcune squadre basano il loro gioco su un’intensità elevata nei primi due quarti, il che potrebbe portare a una perdita di freschezza mentale e fisica nella seconda metà di gara. In questo caso, più che un problema mentale, si tratterebbe di una scelta strategica che può funzionare o meno a seconda della capacità di resistere nel lungo periodo. Un altro aspetto da considerare è l’atteggiamento mentale della squadra nelle diverse fasi della partita. Alcuni team rendono meglio quando inseguono il risultato e giocano con la necessità di rimontare, mentre altri soffrono quando devono gestire un vantaggio. La letteratura sulla mentalità competitiva evidenzia come gli atleti con un forte orientamento alla sfida siano più capaci di mantenere alti livelli di performance nei momenti critici, mentre chi ha un approccio più difensivo tende a essere più vulnerabile alla pressione (Gucciardi & Jones, 2012). Se la Mens Sana tende a giocare con più sicurezza nel primo tempo ma diventa conservativa e timorosa nel secondo, allora il problema potrebbe essere più psicologico che fisico o tattico.

In sintesi, il fenomeno potrebbe avere una base reale, ma il modo in cui lo raccontiamo e lo viviamo può amplificarlo o persino generarlo. Sarebbe interessante verificare i dati per capire se il calo prestativo è davvero come lo raccontiamo e, se sì, quale sia la sua reale origine. A volte, ciò che crediamo di vedere non è esattamente ciò che accade, e la nostra percezione può modellare la realtà più di quanto immaginiamo.

Un caro saluto Paolo Benini

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Exit mobile version