I trattori e la dimensione inedita con cui la politica deve fare i conti

Gianni Cuperlo, 2 febbraio 2024

Cosa dicono i trattori che ieri hanno assediato il palazzo del Parlamento europeo e nei giorni passati bloccato l’accesso autostradale di Orte? In sintesi, denunciano le conseguenze sulle loro attività (leggi, profitti) di vincoli troppo rigidi sul versante della sostenibilità ambientale (il cosiddetto Green Deal).

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Chiedono di fermare l’intesa commerciale con l’America latina (Mercosur) perché ritengono che determinerebbe una concorrenza sleale da parte di quei produttori che non rispettano vincoli stringenti sul versante della qualità dei prodotti. Contestano anche il piano di dimezzamento nell’uso dei fitofarmaci fissato come scadenza al 2030. Ritengono una norma penalizzante l’obbligo di lasciare a riposo il 4 per cento del terreno come requisito per accedere ai contributi europei. Nel caso italiano si somma anche l’incremento dei costi di produzione successivi alla guerra in Ucraina (mangimi, carburanti, energia). I nostri agricoltori chiedono la proroga oltre il 2026 dello sconto sul gasolio e di estendere l’esenzione Irpef sui redditi agrari dei terreni (introdotta nel 2017 e prorogata fino a quest’anno). Insistono pure nella richiesta di riformare l’Iva sui prodotti agricoli e il vino (con un taglio del 10 per cento), segnalano l’allarme per i cibi sintetici e a base di insetti, in sintesi si battono per la tutela del Made in Italy con particolare attenzione al prezzo di riso e latte dove il differenziale tra quanto viene pagato al produttore e il costo di vendita appare sproporzionato.

Sulle considerazioni politiche di questa ondata di proteste, molto lucida stamane l’analisi di Andrea Bonanni sulla Repubblica. Storicamente la politica agricola europea (Pac) ha assorbito il 50 per cento del bilancio comunitario. Quella percentuale oggi si è praticamente dimezzata (siamo al 25 per cento) ma la cifra assoluta non è sostanzialmente diminuita (parliamo di 55 miliardi di euro all’anno). Oltre a questo, la tutela fondamentale che l’Europa offre agli agricoltori si concretizza nei dazi doganali con cui finalizziamo l’importazione di prodotti provenienti da fuori Europa, prodotti che sarebbero più competitivi e che vengono in parte bloccati creando così un mercato artificiale a sostegno della nostra agricoltura. A fronte dell’investimento europeo, il settore agricolo rappresenta l’1,4 per cento del Pil comunitario. Parliamo comunque di somme considerevoli: nel 2022 il Pil dell’Europa verde è stato di 220 miliardi (di cui circa un quarto fondi comunitari). C’è infine un dato politico da considerare con attenzione.

Oltre a garantire una tenuta delle nostre campagne evitandone l’eccessivo spopolamento e a prevedere le condizioni di una possibile autonomia alimentare, la cura che l’Europa ha garantito al settore deriva anche da un dato oggettivo: per decenni il mondo agricolo è stato un serbatoio fondamentale del voto moderato e “tradizionalmente monopolizzato dai partiti popolari e democristiani”. Le campagne in certa misura “agivano da contrappeso al voto socialmente più progressista degli agglomerati urbani”.

La novità di adesso è che quelle forze politiche non sono più in grado di intercettare la protesta che piega verso una destra sovranista, nazionalista e contraria alla globalizzazione. Che si tratti di una strategia perdente (nulla e nessuno potrà restituire la centralità di un tempo ai sistemi produttivi della singola nazione, per quanto forte e grande) è un dato di fatto. Ma è anche con questa dimensione inedita che la politica tutta, e la sinistra in primo luogo, sono chiamate a confrontarsi alla vigilia delle più importanti elezioni europee della storia recente (e non solo).

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