L’infanzia e le altre scelte di vita

Quarta e ultima puntata dell’approccio alla politica e alla vita da comunista di Ivano Zeppi

Concludiamo oggi il racconto di vita che ci ha offerto Ivano Zeppi. A noi ci è sembrato importante proporlo perché è un percorso di impegno e sacrificio di un ragazzo che diventa giovane uomo e quindi persona matura, sempre con la politica accanto, sempre con incontri con personaggi locali che hanno dominato la vita sociale e politica e spesso con personaggi che abbiamo visto solo in tv o di cui leggevamo sui giornali.

Ci sembrava quindi un buon testimonial in attesa di quella reunion nazionale che gli ex figgicciotti stanno per organizzare a Firenze – 10 febbraio Tuscany Hall – e la cui promozione è affidata al sito apposito.

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A Siena ci sarà un evento di traino – 25 gennaio, ore 18, Circolo Due Ponti – che sarà animato da Marisa Nicchi, ex segretario regionale Fgci e Pietro Folena, ex segretario nazionale Fgci. Ma torniamo allo Zeppi, personaggio locale che finora era sempre sfuggito ai corteggiamenti del referenziale.

Come si dice? L’appetito vien mangiando… E allora volevamo tutto e abbiamo ottenuto solo qualcosa. Trattare con Ivano è sempre arduo. Ne sa qualcosa il dottor Centini (cfr, parte due). E ci dobbiamo accontentare di questa promessa non impegnativa – “Nelle puntate precedenti ho raccontato il 71/79; l’86/87; il 79/86. Se vuoi… ti racconto ancora dall’86 al 91, anno in cui si conclude l’esperienza di “uomo di partito. Però, va fatto un accordo. Al 1991 ci fermiamo. Degli ultimi trent’anni, ne riparleremo più avanti… molto più avanti” -. E prima del 71? Nulla da dire? “Beh, cose da raccontare sui primi anni di vita – ci dice Ivano – sicuramente ci sono. Da zero a tredici diciamo”.

E così l’accordo è stato fatto. Siccome ci garbò il racconto fattoci qualche anno fa in tema di animali da fattoria, ci siamo presi il “quadretto d’epoca anni ‘50-‘60” e abbiamo promesso di non “molestarlo” oltre il ’91; come a dire che di cooperazione, nascita del SienaPost e Pds-Pd proprio non se ne parla…

Quindi Ivano, l’abbrivio è dal giugno 1956 e siamo in piena Valdichiana?

“1956, già: una notte di giugno, il 16, almeno così si racconta, all’ospedale di Montepulciano, una giovane contadina di Pienza – Imola Neri, coniugata con Agostino Zeppi – partorisce un bambino, maschio, sano. Il parto non sarà semplice. Occorreranno forcipe e probabilmente taglio cesareo. Ma allora su questo si manteneva un grande riserbo”.

Fatto il parto, ti riportano a Palazzo Massaini, lì, eravate in buca, ma la città più vicina era… Pienza. No?

“La prima infanzia trascorre felice. Di lì a qualche mese Zia Nunziata dà la vita a Rossana che sarà come una sorellina. Insieme viviamo e scopriamo il Podere la Croce, appunto, del palazzo Massaini di Pienza. Grande, pieno di insidie e pericoli. Più di una volta ho rischiato di finire nel letame delle concimaie che poteva, come delle sabbie mobili, inghiottirti. O di “capoficcare” nelle grandi mastelle di legno con cui venivano abbeverate le vacche. Ma comunque una continua scoperta”.

Nell’aia al Podere La Croce con Rossana

Era la condizione dei mezzadri, forse a livello di comunione familiare era anche più forte…

“La casa era percepita con forte significato. Tra le attenzioni dei genitori, dei nonni paterni – Virgilio e Francesca – la vita scorreva veloce. Tra un grande focolare e un’enorme tavolo. I giochi erano semplici: ricordo delle rotelle di legno che facevamo correre per lo stradone. Fino a tre anni la vita scorre tranquilla. Poi qualcosa si rompe. Babbo Agostino, contadino e trattorista – i motori iniziavano a entrare nelle campagne – che la sera, in vegliatura, leggeva l’Unità a voce alta… anche perché non avevamo la radio, inizia a perdere la vista”.

In campagne dove magari la fame non faceva paura, la malattia era però devastante per una famiglia…

“Fu così: iniziò un calvario. Con le visite e le operazioni all’ospedale di Siena. Tumore al cervello fu la diagnosi. Fine della possibilità di lavorare e di poter pensare al futuro. Lavoro e futuro allora erano un tutt’uno. Per avere il riconoscimento della pensione di invalidità – che in vita non ha mai avuto – Agostino, pur menomato, doveva essere capofamiglia. Ma per essere tale doveva uscire dalla famiglia mezzadrile e attestare civilmente di averne una propria. La soluzione fu che Imola, la mamma, si rimbocca le maniche e si dota di una forza straordinaria prendendo su di se il peso di un uomo inabile e un bambino. Prende in affitto un sottotetto a Pienza in via del Leone – cucina, camera, gabinetto e ripostiglio – e con poche cose riorganizza una famiglia. Andrà a servizio dai Monaci: 16/17 mila lire di paga al mese con sulle spalle un affitto di 15 mila lire”.

Grande donna tua madre, considerando che la pensione del babbo mai fu percepita finché visse. E per quanto condusse questa vita?

“Per i primi anni riesce ad assicurare il pane con il grano, frutto della divisione dalla famiglia mezzadrile, e facendo una miriade di lavoretti. Quando raggiunsi i sei anni, babbo Agostino ci lasciò. E la vita a Pienza non sembrò più possibile. I genitori di mia mamma, Palma e Zelindo, anche loro pientini, si erano trasferiti a Chianciano. E lì la vita era un’altra cosa. Ci trasferimmo anche noi: lei andò a servizio dal prof. Smorlesi. Io vivevo con nonni e zii al podere Pereta 3. Anche lì i giochi erano assicurati con un’altra cugina – Susanna -, mia coetanea anch’ella. Tuttavia la distanza con la mamma, allora pochi chilometri, erano un viaggio insormontabile, pesava. Ma occorreranno diversi anni perché si riesca a prendere in affitto due stanze in via dei Monti a Chianciano e poi finalmente poter comprarne tre in paese nel borgo Avveduti”.

Chianciano

Raccontaci del tuo avvicinamento alla fiorente Chianciano, la cittadina che ti la lanciato in politica…

“Ho passato una sola estate con mamma, a casa degli Smorlesi. Fu insieme tragica e istruttiva. Istruttiva perché divorai letteralmente – imparando a leggere – i “topolini” del figlio del professore. Tragica perché non riuscivo ad accettare il rigore della casa. In realtà le mie estati migliori sono state quelle, fino a dodici anni, passate dallo zio Dante, dalla zia Dina e da mio cugino Giordano a Torrita di Siena. Aiutavo in tutti i lavori ma la vita trascorreva spensierata. Persone dal viso sorridente e dal carattere d’oro. Ne avevano passate tante… Mio zio era stato prigioniero di guerra in un campo di concentramento in Germania. Ma non era cosa di cui voleva parlare. Mio cugino era più grande e a faceva l’intagliatore in una fabbrica vicina. Persone laboriose. Appena ho potuto. A tredici anni ne ho seguito l’esempio”.

Anno ’70-’71 al Marconi di Chiusi

A parte i “topolini” del figlio del Prof., qual è la tua esperienza di scuola?

“La scuola, già. Inizio le elementari a Pienza, una vecchia scuola, mi ricordo le aule riscaldate da stufe in materiale laterizio. Che il bidello accendeva la mattina prima delle sette e che io andavo ad aiutare visto che la mamma si alzava ancor prima. Poi fu Chianciano alla scuola di via Manzoni. Per raggiungerla era un calvario, da Pereta Terza alla Rinascente, in una strada sterrata e fangosa, poi la Macerina, Piazza Italia, la salita di via Buozzi che portava alle fonti del Sillene. Da via delle Case ugualmente, cambiavano solo l’ordine dei fattori: discesa all’andata, salita al ritorno. Le scuole medie invece le ho fatte a Chianciano Paese. Più che in anni, il periodo scolastico dell’obbligo, potrei calcolarlo in km percorsi a piedi. Del resto, anche l’Istituto professionale Marconi era a Chiusi e tutte le mattine dovevo andare alla fermata a prendere la Sita”.

Quindi ci rimane solo l’età puberale passata in una Chianciano, le cui terme beneficiavano del congedo agli statali per passare le acque, ossia giorni di ferie accordati solo a chi ci andava…

“Fino all’ingresso che ho già raccontato alla Casa del popolo, i luoghi di gioco erano i vicoli del vecchio paese, la saletta e il cinema dell’oratorio. Famiglia comunista certo, ma i figli regolarmente battezzati, cresima e comunione. A Pienza avevo fatto il chierichetto con annesso merendino a the e biscotti. Ero arrivato, con un certo orgoglio fino a suonare il campanello!!! Che dire? Infanzia e prima giovinezza sono state prodighe di grandi insegnamenti. Non certo nell’agiatezza, ma in serenità sì. Ho imparato a contare sulle mie forze e quelle di una famiglia allargata, fatta di un solo genitore, la mamma, e tanti parenti pronti ad esserci. E qui siamo dunque da dove eravamo partiti: fine anni 60, inizio 70”.

Ed ora voliamo a dopo l’87: abbiamo anche pubblicato una tua foto a sedere a un bar con l’amico e compagno Paganelli sul lido ravennate in una pausa della festa Fgci. Avete un che dei “vitelloni”…

“Allora, il libro matricola Inps mi dice che a dicembre arrivo a Firenze al comitato regionale del Pci in via Alamanni. Vannino Chiti è il segretario. Io assumo la responsabilità dell’ufficio di segreteria, della stampa e propaganda e informazione. Ma resterò poco in via Alamanni. La federazione fiorentina, segretario Paolo Cantelli, sta discutendo con Roma di realizzare nel settembre dell’anno successivo la Festa dell’Unità. La scelta è quella di organizzare il villaggio nella Piana, a Campi Bisenzio, in un’area denominata Villa Moncalvo. La decisione viene presa e il programma diventa impegnativo. Credo che già a gennaio viene montato il primo organigramma di responsabilità della Festa. E io, dal Regionale – cui viene chiesto un impegno in tal senso vengo – vengo spostato alla direzione della Festa per occuparmi di comunicazione e stampa-propaganda”.

E quindi dalla comoda centralità di via Alamanni ti sposti nella crescente Campi Bisenzio…

“Installammo l’Ufficio in una villa arredata e attrezzata alla bisogna. Una sorta di comune autosufficiente. Dalla mensa al parco macchine. I capisaldi del lavoro: assetto urbanistico e costruttivo del villaggio; il programma politico, degli spettacoli; delle mostre; il piano di comunicazione della festa; la raccolta della pubblicità. Io mi occupavo del piano di comunicazione: contenuti e strumenti. Negli strumenti finivano anche le comunicazioni commerciali. Fu un lavoro assai laborioso. Firenze non era meta abituale delle feste nazionali. L’ultima, cioè la precedente, si era tenuta nel 1975 alle Cascine. Altro elemento da considerare era che quell’anno avremmo avuto in contemporanea anche le feste di Bologna e Modena. La comunicazione era quindi decisiva e partì in grande anticipo. La festa fu contemporaneamente un successo ed anche un disastro”.

Mai banale Ivano, no? Raccontaci di questo successo disastroso…

“Un successo perché ebbe un’affluenza mai vista in precedenza. Un disastro perché nonostante il prolungamento, e gli incassi superiori a qualunque altra festa nazionale precedente, essi non furono tali da coprire le enormi spese sostenute soprattutto per realizzare le complesse opere che occorsero per urbanizzare l’area. Ed il tentativo di spalmare i costi su più anni ed eventi non riuscì. Alla fine la festa lascio enormi strascichi, soprattutto finanziari, e nessuno ha potuto presentare come un vanto l’aver partecipato all’organizzazione di quell’iniziativa. Comunque, già durante la Festa, Fabrizio Vigni, segretario della federazione del Pci senese mi aveva chiesto una mano. La Federazione senese aveva infatti lanciato un progetto editoriale attorno al settimanale Nuovo Corriere Senese. Maurizio Boldrini era rientrato dalla propaganda nazionale per iniziare a dirigerlo. Era stata costituita una società editoriale apposita e fatto una serie di importanti investimenti. Fabrizio mi chiedeva di andare a fare il direttore della società”.

Pietro Folena che parla ai giovani – Firenze 1988 – Festa dell’Unità Nazionale

Mmmmmh, per esperienza personale fatta, te non sei affatto carino coi giornalisti… Ti supera solo Mario Lenzi della Finegil che mi mise alla porta per il solo fatto di avere il tesserino professionale…

“Mi dispiaceva dire no a Vigni e contemporaneamente la cosa non mi convinceva. La mediazione fu: vengo per sei mesi, mi faccio un’idea, se può funzionare resto, altrimenti faccio altro. Torno quindi al libro matricola della Federazione di Siena, ufficio in via del Paradiso. Sei mesi mi furono sufficienti per chiarire a Vigni che gli investimenti fatti – avveniristici poiché consistevano nel dotare i redattori locali di attrezzature di trasmissione dati quando internet non c’era ancora – erano soltanto ferro e plastica divenuti obsoleti prima ancora di essere tolti dagli imballi. E, inoltre che il piano finanziario fatto non era raggiungibile. E io, ripartii per Roma, ma di lì a poco l’esperienza di NCS si chiuse”.

Ivano Zeppi e Maurizio Boldrini al Festival della Salute 2022

Già, e ora arriva l’esperienza che definitivamente completa la tua formazione di amministratore e ti fa lasciare la strada della propaganda, vero?

“A Roma mi aspettava il terzo piano di via Botteghe Oscure. Da Amministrazione era divenuto nel frattempo Tesoreria. Marcello Stefanini era il tesoriere. Parlamentare marchigiano, ex sindaco di Pesaro, uomo colto, intelligente e gentile. Grande esperto di agricoltura. Con una elevata capacità di ascolto. chiedeva consiglio anche sulle cose che conosceva bene. Ho ancora vivido il ricordo, del suo sguardo interrogativo – la mattina dopo l’iniziativa di Occhetto alla Bolognina e della “svolta”, con dissoluzione del Pci, che ne prese il nome – quando, entrando nella sua stanza mi chiese a bruciapelo: “Ivano, e ora?” Gli risposi: Marcello, il dado è tratto! Mi sedetti e a mia volta gli chiesi: ma ieri mattina avevate la segreteria… ne avrete parlato…”

La “Bolognina” fu l’epilogo di lunghi travagli che avrebbero in parte potuto giustificarla, ma il senso di assenza per chi aveva maturato un’appartenenza comunista deve esser stato devastante…

“Posso raccontare come lo vissi io e devo dire che la razionalità non mi abbandonò mai. La mia scrivania era nell’ultimo ufficio a destra prima della cassa. Lì si apponeva l’ultima autorizzazione prima del pagamento. Non era tanto un visto di “conformità” quanto la compatibilità tra l’impegno di spesa e le risorse in cassa. Dire che la situazione finanziaria fosse complicata era un eufemismo. Nella primavera del 1991 mi fu chiaro che non esistevano più le condizioni materiali per reggere il complesso degli impegni che il partito nel tempo era venuto assumendo. In particolare modo nel campo della comunicazione e dell’editoria. Imparai la piccola grande lezione che l’economia non può essere il risultato di continui picchi repentini ma ha bisogno di andamenti costanti e coerenti nel tempo. Così come mi fu chiaro che il processo di cambiamento verso cui si stava andando avrebbe superato ben presto il “noi” per aprire le porte all’io. C’era sicuramente ancora tanta strada da fare. Ma… “le regole d’ingaggio” stavano cambiando. Era venuto il momento di chiudere con una scelta di vita”.

E allora?

“Feci ritorno a Siena, a casa. Era fine luglio 1991. Mi avventuravo nel terreno per molti versi nuovo dell’impresa, e dell’associazionismo imprenditoriale cooperativo. Anche quello era un mondo che stava cambiando. Di lì a poco sarebbe diventato completamente autonomo dalla politica e le componenti un ricordo. Per i successivi trent’anni sarebbe stato il mio nuovo mondo…”

E fu lì che ci incontrammo…

“Sì, è così. Sii grato che abbiamo fatto il patto di non parlarne perché così non metteremo in piazza tante cose di cui potresti vergognarti ancora oggi (sic). Ah, ah, ah, ah”.

(le due immagini della Festa dell’Unità – Firenze 1988 – Gabriella Mercadini – sono dell’Archivio Fondazione Gramsci Onlus)

(4 – fine)

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