Ventotene, revisionismo e ripensare la Ue perché il sacrificio di un sogno non diventi un monito vano
In una sera come tante, in un luogo qualsiasi, due voci si incontrano, cariche di domande e di un’inquietudine che sembra non trovare tregua. È il genere di conversazioni che nascono tra chi sente il peso della storia sulle spalle, tra chi non riesce a dare la buonanotte al mondo senza prima aver tentato di decifrarlo.
“Stasera non so proprio come darti la buona notte”, sospira la prima voce. “Sono qui a scervellarmi sull’attualità dell’Europa. Come possiamo a difendere i valori fondanti di fronte a un’Unione che sembra aver smarrito la sua strada? Mi sembra che difendere a spada tratta l’Europa di Ventotene sia diventato impossibile, ma come si può affrontare il revisionismo della destra senza cadere in un’apologia sterile?”
L’altra voce risponde con un tono che tradisce la stessa inquietudine. “Le tue domande sono le mie. È come se fossimo su un’ellissi discendente, un movimento che ci porta lontano dai principi iniziali. Sembra che qualcosa si sia rotto, che le speranze e gli ideali di un tempo si siano infranti contro il muro dell’individualismo e dell’indifferenza”.
C’è un momento di silenzio. Non il silenzio di chi ha finito di parlare, ma quello di chi sta cercando di trovare il coraggio di dire a voce alta ciò che teme sia vero. “Ognuno ora può dire tutto”, riprende infine la seconda voce. “E le ‘bestemmie’ contro l’idea di un’Europa unita risuonano impunite, alimentando un clima di divisione e odio. L’informazione non illumina, confonde. I discorsi pubblici si riducono a slogan, le parole vengono svuotate del loro significato”.
“Forse è questo il punto”, risponde l’altra voce. “Abbiamo smesso di pensare che l’Europa sia un progetto che si costruisce giorno dopo giorno, e abbiamo iniziato a trattarla come un’istituzione lontana, distante, burocratica. Il rischio è che ci venga tolta non perché qualcuno ce la porti via, ma perché ci abituiamo a non sentirne più il bisogno”.
L’ombra del passato si fa più presente. Il ricordo di chi aveva lottato per un’Europa unita e pacifica non è solo memoria storica: è un monito. “Come possiamo impedire che quel sacrificio venga vanificato? Come risvegliare la coscienza europea di fronte alle nuove minacce?”.
“Forse”, riflette una delle voci, “dobbiamo riscoprire la cultura come ponte tra i popoli, come terreno comune su cui costruire un’identità condivisa. Dobbiamo investire nella cultura, nell’educazione, nel dialogo interculturale, per rafforzare il senso di appartenenza e la consapevolezza dei nostri valori comuni”.
L’Europa non è solo un accordo economico o un vincolo politico: è una storia condivisa, un mosaico di lingue, tradizioni e visioni del mondo. Valorizzare questo patrimonio significa riconoscere ciò che lega i popoli europei, al di là delle divisioni nazionali. Iniziative come le capitali europee della cultura o i programmi Erasmus+ dimostrano come la cultura possa favorire la conoscenza reciproca e il dialogo, ma tutto questo ha senso solo se le persone, non solo le istituzioni, continuano a credere in questo legame.
Eppure, la costruzione di un’identità culturale europea non è un processo naturale né scontato. Le differenze linguistiche, la frammentazione delle narrazioni storiche e il riaffiorare dei nazionalismi rendono il cammino incerto. Ma forse, proprio qui sta la sfida: non eliminare le differenze, bensì farle dialogare, riconoscendo che la diversità è la vera ricchezza dell’Europa.
“Investire nella cultura significa investire nel futuro dell’Europa”, mormora una delle voci, come tra sé e sé. “Non si tratta solo di conservare il passato, ma di dare a questo passato un futuro”.
L’eco di quel dialogo non si spegne con la notte. Resta sospesa nell’aria, in attesa di una risposta. Perché, forse, la domanda non è se l’Europa sia ancora possibile, ma se siamo disposti a volerla davvero.