Tra il lusco e il brusco

Al via la rubrica settimanale del viaggiatore senese Luca Gentili

Andata e ritorno. Prende oggi il via una nuova rubrica che si chiama così: andata e ritorno. Sicuramente avrà più fortuna delle altre, perché abbiamo storie e suggestioni per pubblicarla diversi mesi ancora. Parlerà anche di grandissimi viaggi, ma cominciamo con il più piccolo: una sgambata dal Terzo di Città a Fortezza. E ritorno.

L’autore è Luca Gentili, un senese che ha fatto dell’altissima tecnologia la sua professione, ma che si fa conoscere dagli altri soprattutto per la sua propensione a viaggiare. Abbiamo già scritto di lui, tanto delle imprese che del blog che tutte le contiene: lo trovate al link https://gentiliblog.it/

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Gli abbiamo chiesto di darci la sua definizione di andata e ritorno, sentendoci rispondere così…

Il comodo porto in cui ritorni, la prigione che ti opprime fintanto non parti, ecco questo in poche parole rappresenta “andata & ritorno”, non so quanto sia grave la mia sindrome di wanderlust (desiderio di vagabondare), ne ho tutti i sintomi, pertanto ogni tanto devo partire, amo la mia città i suoi dettagli è questo che me la fa desiderare e vedere in una luce diversa e per questo torno, viaggiare però è l’aria che respiro, l’orizzonte e il sole del mattino, in poche parole è gioia.

Ecco la prima storia con una premessa. Essendo questi brani tratti da una miscellanea, alcuni potrebbero essere un po’ datati… seppur sempre vivamente espressivi. Cominciamo Tra il lusco e il brusco.

Ho ripreso a correre da qualche settimana, una bella sensazione ritrovare i riti ripetuti per anni, al mattino, quando la città dorme, tra il lusco e il brusco, nel momento in cui, la luce piano piano invade le strade, zampetto sulla pietra serena, dal duomo verso fortezza, un claudicante trotterello.

Nella pagana liturgia del mattino, ritrovo gli stessi fedeli passanti recitare la solita parte, l’uomo della fortezza, mi saluta sorpreso, bentornato mi dice, sembra preoccupato, si informa, cosa ti era successo, era tanto che non ti si vedeva, gli sorrido, sì è vero, sono passate ventiquattro viti, una staffa, come quella del meccano, due operazioni, una lunga cicatrice sulla povera caviglia e due anni.

Raggiunto il primo bastione della fortezza di Santa Barbara, quello che guarda a nord, aspetto che il sole salga, al mattino, nelle giornate quiete, c’è un preciso istante, in cui l’aria sembra fermarsi, poi d’improvviso riparte, con un soffio leggero, con lo spuntare del sole.

Camminando ritrovo gli spazzini, non so se la cosa è efficiente, ma a me fa piacere, risveglia antichi ricordi, da bimbo andavo io a mettere fuori il secchio, al suono della tromba, al grido dello spazzino.

Qualche giro sotto gli ippocastani e rientro in città, che bella la Costarella, nei momenti più felici mi fermo al bar, mi siedo nella piccola saletta che guarda la piazza del Campo, tra il giornale, la brioche doppio impasto del Buti, il cappuccino con tanta schiuma, guardo, incorniciata dalla finestra la cappella, ai piedi della torre, strizzò gli occhi nella convinzione di vedere gli sbiaditi affreschi.

Questa è la città che amo… a breve sarà invasa da orde di turisti, “fanno bene all’economia”, “tutti si lavora”, non so, io amavo i mesi di gennaio e di febbraio, quando la città vuota, era mia e le piccole botteghe di via di Città erano popolate di artigiani.

All’inizio di via Stalloreggi un vecchio falegname tirava con gesti sapienti la gommalacca e il caratteristico odore annunciava… l’uscio di casa.

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