Cinquant’anni… E nessuno li celebra

Ci ha fatto caso qualcuno? In questi giorni – il 19 per l’esattezza – si potrebbe anche celebrare il cinquantenario della prima promozione in Serie A della Mens Sana Basket.

Dodecaedro, Cardaioli, Brenci, Ciccarelli, Pasqualini. E il cavalier Bruttini…; e poi Franceschini, Ninci, Granucci, Campanini, Bani, il Giusta, Paoli, Sensi, Rinaldi, Vatteroni e il Bruttini Jr. E tutto per le cronache di Renzo Corsi, Germano Mazzini e, quando si degnava, in attesa che cominciasse a fremere la penna del Morrocchi, il “Macchera” che non poteva opporre rifiuti al Donde.

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Suscitano qualche stupore in voi questi nomi? Erano uno spaccato di quella Siena che si faceva grande della sua senesità, che non era solo rispetto di un retaggio, ma fluido sistema di vita e sviluppo che non si poneva dubbi a forzare l’appartenenza del valdarnese di turno. Se la cosa meritava.

Ma che si festeggia? Quello che non c’è più? Quella Mens Sana Basket fu “piallata” nel 2014 a una settimana da quel tiro sul ferro che gli avrebbe dato il nono scudetto. Sull’onda dello choc emozionale dei suoi paladini fu anche turlupinata di due titoli italiani e di circa 300 mila euro/anno di diritti Nas.

Al suo posto, un anno dopo, ci fu la “Pride” Mens Sana Basket 1871. Riallestita dalla Polisportiva, promossa in un amen, sviluppata in una sorta di “governo dei nove” che univa mondo sportivo, mondo ultrà e imprenditoria, gestita male, consegnata poi a dei peracottari – e qui ho propri crucci – che hanno fregato tutto e tutti sotto gli occhi di tutto e tutti.

E quindi nel 2019 serve la spendita di un ulteriore titolo sportivo, quello del minibasket della Polisportiva – e questa roba andrà un po’ discussa a vantaggio della secolare istituzione -, con ripartenza dalla serie “zeta” che offrì alla vittoriosa stagione mensanina, prima che il Covid congelasse tutto, gli inusitati derby con Maginot e Libero Basket, visti da pubblici cento volte superiori a quelli ordinari.

A distanza di cinquant’anni in serie A c’è sempre una realtà “anagraficamente” senese – la San Giobbe Basket Chiusi -, ma è un prodotto di laboratorio che non ha neanche mai tentato di accattivarsi le simpatie di Siena capoluogo.

Sul perché Siena non interessi, la comparazione ci offre una sola risposta: non c’è più la Banca. E tuttavia la banca tutto questo ruolo all’origine di questi cinquant’anni non ce lo ebbe. Quella promozione che la Mens Sana aveva già sfiorato, rappresentava un sinergizzarsi di prestazioni fisiche e mentali unite a qualche risorsa spesa con tanto generosa quanto arguta parsimonia.

Qualche anno dopo, non tanti, venivano posti suggelli importanti nel rapporto tra Mens Sana e Potere Locale. Si guardava soprattutto alla Politica dei palazzi di Piazza del Campo. Le istituzioni – e ciò è durato fino al cambio di visione cui fu costretto il sindaco Bruno Valentini – https://st.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-07-17/a-siena-anche-sport-professionistico-paga-crisi-mps-134056.shtml?uuid=ABUwkobB – si impegnavano a invogliare l’imprenditoria italiana a promozionarsi tramite il basket senese.

Supremo sacerdote di questo rito, coordinatore dei molti chierici che da allora proliferarono, fu a partire da un certo momento Ferdinando Minucci. Il suo merito era di affondare le braccia nel sommerso senese, laddove le sinuosità politiche divengono certe, per tirare fuori quanto bastava a far crescere, e ancora crescere, e ancora crescere, la Mens Sana Basket. Per quel che posso testimoniare era esempio di pura intelligenza, lucida strategia, attenzione maniacale ai particolari e finalizzazione spregiudicata e assoluta. La crescita di importanza del ruolo della “Hospitality” aggiunse il tocco dell’esclusività; i giorni delle partite casalinghe divennero altrettanti work-shop in cui assenze e presenze venivano notate.

Cinque anni fa, su stimolo della tifoseria mensanina organizzata in sodalizio, De Mossi e Valentini, giunti al ballottaggio, formalizzarono i propri impegni per la Mens Sana; entrambi focalizzavano intorno al PalaEstra il culmine dell’azione pubblica; e difatti, l’eletto, De Mossi, ha poi sancito la presa in carico della gestione del palazzo di viale Sclavo, soggetto a continue deroghe riguardo l’agibilità.

Qualche giorno ancora e per la Mens Sana le cose saranno più chiare. Forse tremendamente più chiare. Perché nel bene e nel male le vicende della Mens Sana sono – come detto – spesso legate alla politica. Nel frattempo – ma c’è ancora il ballottaggio – qualche candidato si è fatto vivo (a nostra conoscenza Castagnini, Montomoli, Ferretti e Pacciani per il tramite di Sena Civitas), altri ne sono stati lontani.

Al momento le cose che vogliamo sottolineare sono queste…

  • Il problema oggi diventato mostruoso è il PalaEstra, ciò che non si sgretola o non marcisce, si buca o si sfilaccia. D’accordo, il Comune ha responsabilità e gestione ma la finanza pubblica è una cosa seria; e i problemi potrebbero esser tali che forse costerebbe parecchio di più riparare che ricostruire altrove. Se si dovesse andare avanti a pezze e supposte per qualche tempo capiamo che servirebbe l’intervento della Multiutility Sigerico a cui si dovrebbe edificare un parcheggio pluripiano nelle prossimità per invogliarla e consentirle una ragionevolezza economica.
  • Basta berciare e attribuire colpe sempre sulla Polisportiva. Vabbeh, il suo indomito presidente assomiglia poco a Francesco Arca e, sulle sue spalle, porta vestigia e tradizione di quasi due secoli che ne rendono complessa l’azione, ma ci vogliamo rendere conto – e l’abbiamo appena scritto – che se si continua a giocare a basket con le magliette biancoverdi è perché la Mens Sana ogni volta ha messo a disposizione il giardino di casa e il pallone. Detto questo… oggi, purtroppo, anche la Polisportiva, e tutti nella Polisportiva, devono rendersi conto che non è più il basket il male che distrugge da dentro quest’Istituzione benemerita e che l’atteggiamento attuale non garantirà un altro secolo di vita.
  • Quest’anno abbiamo avuto una stagione in cui tutte e tre le squadre maggiori di Siena – Virtus, Costone e Mens Sana – militavano straordinariamente nello stesso campionato. Più che sufficiente perché la politica si desse l’alibi di non voler fare disparità. E quest’alibi è sorretto dallo stucchevole discorso che a volte riaffiora che, se si volesse riavere nelle categorie che contano uno squadrone, allora bisognerebbe metterle insieme tutte e tre queste squadre. Dico che è un alibi perché il solo supporre questo, farebbe scagliare in ognidove i santoni dell’appartenenza… e l’appartenenza comunque è fatto identitario e non si può dare per scontato che medesima categoria vada assieme a medesimo seguito/consenso. E difatti l’Emma Villas sembra si sia sempre sentita soggetta a anatema quando ha voluto oscurare lo striscione fideistico sotto la curva. Quindi prendiamo come regola dogmatica, quella sentita sui gradoni del Palaestra: “Facciamo tutte le fusioni che volete, ma alla fine la squadra si dovrà chiamare Mens Sana e le divise saranno biancoverdi”.
  • E tuttavia come ogni contrada si uniforma alla volontà del Comune, un domani la “diciottesima” potrebbe fare qualche concessione alla comune appartenenza senese. Direi che se non si abbatterà il PalaEstra potremmo cominciare a fare un uso simbolico dei suoi molti gradoni, tipo le mattonelle di Assisi… Bene ricordarsi di Lello Ginanneschi, un citto rimasto a tutti nel cuore, ma un po’ di devozione anche alla memoria di questi iniziatori del cinquantennio non gliela dobbiamo? E un domani… – “Babbo… Mamma… chi era quello?” – a perpetuare la Nostra tradizione. E nel frattempo perché non avere un accesso “Perucatti” e un varco “Orlandi”, con qualche gradone per gli altri/le altre che lo hanno meritato nel basket e gli altri sport che qui hanno vissuto. Magari così iniziamo a parlarne. Per ora un prototipo unitario esiste; si chiama PalioACanestro Opportunity; e già si impone all’attenzione del basket nazionale.
  • Altra cosa: la Mens Sana c’è ancora e meriterebbe di essere festeggiata. Quell’applauso di domenica scorsa, a fronte di una partita persa, l’ultima della stagione, vuol dire che non è rotto quel legame tra giocatori e popolo e che si basa ancora, come sempre, sul coraggio, la baldanza e l’appartenenza. Oggi la Mens Sana, almeno finché Riccardo Caliani, e pochi altri, gli daranno collante, potrebbe anche avere le energie per mettersi in proprio.
  • E poi la Mens Sana ha ancora le sue valenze per essere centro di scienza dello sport e sito promozionabile per la formazione di giocatori. Lo siamo stati. E la capacità di dar cultura non sparisce a volte neanche nella durata di una vita. Questo gli enti dovrebbero capirlo, così come la Mens Sana Basket è stata l’elemento strategico di un indotto sportivo-economico che va dai lidi maremmani alle creste appenniniche, da Grosseto a Spoleto, con il Chianti e il Valdarno Aretino. Più o meno un milione di abitanti. Se un domani un nuovo sviluppo si basasse su questo, le Istituzioni dovrebbero favorirlo, perché, se Siena avesse ancora i fondi Nas che si era meritata, stare nelle categorie che contano sarebbe forse uno scherzo. Tutti gli altri strumenti ce li ha.
  • Ultima cosa, ci ripromettiamo di scrivere ancora di Mens Sana. Presto, senza correttezza diplomatica e a ragion veduta. Al momento vorrei dare merito ai tre colleghi appassionati che sul loro sito – http://www.pallalcerchio.it/ – con continuità e sprezzo della vita tranquilla, esprimendo sempre delle idee che… non sempre ho condiviso, con tensione al rigore giornalistico, si sono sforzati di raccontare una storia dove ci sono ancora tantissime cose che nessun altro scrive. Bravi.
  • Ah, ultima precisazione, come al solito se qualcuno avesse qualcosa da correggere… basta ce lo segnali per essere pubblicato. Siamo sempre grati a chi sottolinea le nostre molte imprecisioni. E più grati ancora a chi vorrà riprendere questi ragionamenti ed espanderli. Sulle nostre colonne, o altrove.

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