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sabato, Aprile 5, 2025

Il Pd e il doppio metro del rinnovamento

Ancora in bilico tra passato e presente. Il “confronto” Vigni-Iantorno


Nei giorni scorsi, la riflessione di Franco Ceccuzzi sulla sua assoluzione riguardo alle vicende del crack del Pastificio Amato ha riaperto il dibattito sulla città e la banca e ha sollevato questioni politiche anche all’interno del Partito Democratico senese.

In particolare, Ceccuzzi ha criticato il presunto “rinnovamento” del Pd, citando, tra l’altro, oltre a Vannini, anche la recente elezione di Fiorino Iantorno nella Direzione Comunale come esempio di una continuità con il passato.

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Iantorno, che all’epoca dei fatti legati al crack del Pastificio Amato era consigliere comunale di Rifondazione Comunista, ha risposto prontamente, respingendo l’idea di essere stato parte attiva nelle decisioni politiche che hanno segnato Siena in quegli anni. “Non immaginavo che da umile consigliere comunale di Rifondazione potessi aver condizionato le decisioni e indirizzato importanti vicende cittadine”, ha dichiarato Iantorno.

Ma il tema sollevato da Ceccuzzi non riguarda tanto il ruolo specifico di Iantorno, quanto la questione della coerenza con cui l’attuale Pd ha stabilito chi deve essere considerato “vecchio” e chi “nuovo”.

È proprio questo il punto su cui Simone Vigni, dirigente della componente #controcorrente del Pd, ha scritto un lungo articolo, facendo chiarezza.

Secondo Vigni, la riflessione di Ceccuzzi punta a criticare il doppio metro con cui il partito ha deciso chi è dentro e chi è fuori, un criterio che, a suo avviso, non tiene conto delle reali differenze tra le persone e i ruoli che hanno ricoperto. Il vero tema, quindi, non è tanto la presenza o meno di Iantorno nel partito, ma il fatto che il Pd abbia accolto figure che, pur essendo state protagoniste della stagione passata, vengono ora presentate come parte di un rinnovamento, mentre altre vengono emarginate.

Tra le righe del suo intervento, Vigni lancia anche un sospetto, insinuando che Iantorno possa essere stato utilizzato come “testa d’ariete” da parte delle forze interne al Pd che si oppongono alla “riabilitazione” di Franco Ceccuzzi. Secondo questa lettura, alcune di queste forze avrebbero interesse a ostacolare il ritorno di Ceccuzzi in politica attiva. Tuttavia, Ceccuzzi ha sempre escluso questa possibilità, sottolineando che i suoi attuali impegni lavorativi e i “vincoli” legati a essi non gli consentirebbero di intraprendere una nuova carriera politica.

La questione sollevata, dunque, non sembra essere la riabilitazione di Ceccuzzi in sé, ma piuttosto l’agibilità politica che si sta cercando di ottenere.

A questo punto, emerge una riflessione più ampia sulla legittimità di questa minoranza e sulla sua capacità di influenzare le scelte politiche. La riflessione che emerge non riguarda solo l’inclusione o l’esclusione di singoli membri, ma il modo in cui il Pd sta definendo, a tratti contraddittoriamente, chi deve avere voce e spazio nel rinnovamento del partito. Si fatica a prendere atto che si sta chiedendo agibilità politica per una minoranza del partito, di fatto legittimata dal congresso. Un’agibilità che potrebbe aiutare non poco il bisogno di una vera ricomposizione e coesione interna.

La segretaria del Pd, Rossana Salluce, lascia pensare, non affrontando il tema posto da Ceccuzzi, di poter evitare che questa dinamica porti a una divisione interna che potrebbe minare ulteriormente l’unità del partito e compromettere la sua capacità di aggregazione. E cercare una nuova partenza, altrove, altrimenti, è comunque; un punto a capo che inevitabilmente finisce, anche per il fatto di non essere accettato per primi dai suoi sostenitori, quelli che cercano il confronto/scontro con Ceccuzzi, per essere una “falsa partenza” che potrebbe davvero finire per indebolire ulteriormente il Pd senese, aggravando le difficoltà politiche già esistenti.

Una riflessione, che non si limita a una questione di “vecchio” e “nuovo” nel partito, ma riguarda l’intero processo di rinnovamento del Pd senese. Come giustamente ha fatto notare Vigni, è probabilmente la vera domanda. Una domanda che il recente commissariamento ha evitato, gestendo il passaggio da una classe dirigente a un’altra con un criterio che, tra l’altro, come abbiamo detto più volte, ha lasciato silente una parte del partito democratico cittadino.

Questo confronto, aperto da Ceccuzzi, amplificato dalla risposta di Iantorno e approfondito da Vigni, evidenzia una contraddizione che potrebbe essere l’ostacolo principale per un reale rinnovamento del Pd. Il partito deve affrontare con coerenza le proprie responsabilità politiche, senza nascondere la testa sotto la sabbia. Solo in questo modo potrà sperare di ricostruire una fiducia che negli ultimi anni è venuta meno. Insomma, in ballo c’è il futuro.

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