Chi vuole di meglio dal lavoro va ascoltato

La pandemia ci ha privato di molto. La libertà, l’indipendenza dei ritmi di vita, le nostre abitudini. In tanti sono stati in bilico tra la vita e la morte; in tanti hanno visto la morte anche se di altri. Ha modificato il nostro stile di vita e messo a rischio la nostra sicurezza.

Ma fra tante cose tolte, probabilmente ha anche dato qualcosa. A ben vedere ci ha portato a riflettere sul valore profondo della nostra vita, sulla qualità del nostro modo di vita e, quindi, specularmente ha ridato valore anche ai tempi di lavoro.

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C’è molto di più dietro il fenomeno attuale della carenza di lavoratori stagionali. Si sprecano i discorsi fatti, ma si tratta di un problema di cultura. Cultura del lavoro.

Barbabietole, pomodori, ortofrutta, avventizi dell’alberghiero, cuochi e camerieri, le vendemmie sull’orizzonte. Insomma compiti per lavoratori stagionali, cui si richiede “l’ora e subito” senza un progetto che illustri le possibilità di crescita. Queste sono le richieste e gli ostacoli a un’economia che sembra voler ripartire uguale a come si è interrotta.

Molti di essi hanno beneficiato e stanno beneficiando di “un minimo ma certo” grazie al reddito di cittadinanza, molti di più – quelli giovani – hanno solo avuto tempo per pensare. A quello che potrebbe essere futuro potenziale, a ciò cui desiderare. Chi, giovane, conta di realizzare progetti, in questi due anni non l’ha fatto. E comunque questi progetti hanno trovato ancoraggio nelle coscienze di questi giovani che al lavoro chiedono le basi economiche per fare il loro ingresso nella maturità.

Il lavoro che c’è, l’offerta che c’è, non supportano progetti di crescita. E forse questi lavori non servono – così come sono concepiti – davvero alla ripresa dell’Italia che dovrebbe canalizzare l’energia dei giovani verso diversi percorsi. Non a caso proteste sempre meno timide sono affiorate. Quella degli extracomunitari dell’agricoltura che, a dare credito all’indagine 2019 dell’ente pubblico Crea (Centro di ricerca Politiche e Bio-Economia) sono ormai un popolo, oltre il dieci per cento degli impiegati del settore (escludendo gli irregolari). Gli hanno fatto eco i “Riders” spinti dall’esempio della vertenza spagnola dei fattorini.

E le considerazioni sulle categorie scontente, i valori e i tempi potrebbero proseguire. Certo è che, ora, di fronte alla Ripresa, qualcuno si lamenta se non trova lavoratori – giovani per lo più – disponibili ad essere sfruttati e sottopagati solo per alcuni intensi mesi estivi.

Ma davvero qualcuno pensa di poter fare la morale a chi rifiuta di essere usato e strizzato come una spugna? E comunque prima di lanciare campagne moralistiche facili si consiglia di “ascoltare tutte le “campane” perché mai si deve “fare di ogni erba un fascio” e questo malumore i tecnici dell’apparato e i politici in carica lo devono saper recepire.

Ecco, l’unica cosa che la pandemia non ha spazzato via sono i buoni vecchi consigli di quando le campane davano dei segnali che andavano ascoltati e la paglia andava distinta dal fieno. Peschiamo qualche aforismo da grandi del passato che danno l’idea di quel che pensiamo: “Coloro che non ascoltano niente cadranno per qualsiasi cosa (Malcom-X)”, “Parlare è un bisogno. Ascoltare è un’arte (Goethe)”; “Formula per trattare con il prossimo: 1° ascoltare quello che dice l’altro; 2° ascoltare tutto quello che dice l’altro; 3° ascoltare prima quello che dice l’altro (George Marshall)”.

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