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domenica, Ottobre 2, 2022
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Pop o classica la differenza non è così grande

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Quanto siamo in grado di “capire” un brano musicale di qualsiasi genere?

Certo, sarebbe auspicabile conoscere la notazione musicale, il pentagramma; così potremmo pienamente gustarne lo stile, i dettagli dell’ordito musicale, le influenze di compositori precedenti. Insomma è assai probabile che il comune ascolto di chi “ignora” la scrittura della musica comporti una perdita della parte tecnica determinante per “capire”.

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Ma spesso, come scriveva Bernard Berenson, uno dei monumenti della critica e della storia dell’arte novecentesca (https://it.wikipedia.org/wiki/Bernard_Berenson), essere dei dilettanti significa “per non sottostare alla fatica della difficoltà…( il dilettante ) perde anche il senso delle cose belle”.

Non abbiamo nulla da eccepire al riguardo e questo vale tanto più per l’apprezzamento musicale.

Ma possiamo gustarci un ascolto senza corrucciarsi per le nostre manchevolezze tecniche? La conoscenza parziale, puramente uditiva, è sufficiente?

Certo è che possiamo leggere articoli giornalistici o saggi sulla Quinta Sinfonia di Beethoven per entrare in quel mondo musicale.

Questo vale per la musica classica, con il suo sterminato apparato bibliografico… ma per la musica giovanile degli anni ’60-’70 del secolo scorso? Quella che per un certo periodo di tempo è stata la colonna sonora di una fragile controcultura?

Sì può considerare qualcuna di quelle musiche paragonabile a quella classica? È vero che ci sono centinaia di pubblicazioni riguardanti gruppi, personaggi, cataloghi che tentano di spiegare quei tempi e la sua musica.

Ma la vicinanza temporale ci permette di “capire” il reale valore a lungo termine di certi suoni?

La domanda può risultare oziosa… ma resteranno accanto alle “immortali” composizioni classiche brani come la suite di “Atom Heart Mother” dei Pink Floyd (https://www.youtube.com/watch?v=E6e0CED9A-Q) o “In the court of the Crimson King” (https://www.youtube.com/watch?v=ukgraQ-xkp4) dei King Crimson?

Si tratta di lunghi brani con un respiro ampio, sinfonico appunto . Il primo dei quali ha tratti ancora legati alla psichedelia anche se soverchiante è l’elemento sinfonico. Tra l’altro sono quasi coevi: 1969 il secondo, 1970 il primo.

Paolo Cannavacciuolo

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