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sabato, Ottobre 1, 2022
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Direttore nell’azienda in cui giocavo da piccolo

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Filippo Righi, classe ’75, direttore della produzione della IVV, è “figlio d’arte”. “Mio padre – ci dice – era vetraio soffiatore. Figlio di contadini, gente povera, venne mandato a lavorare a 13 anni in vetreria. Era un lavoro ambìto a quei tempi dalla gente povera che aveva voglia di lavorare: c’era caldo e qualche soldo da portare a casa”.

E l’inizio per Filippo dell’avventura con il vetro avviene forse anche prima. “Ho conosciuto da bambino gente con cui lavoro oggi. All’Ivv le cene sociali e i ritrovi erano davvero sentiti e coinvolgevano famiglie e figli. Da piccolo vedevo cose che mi sembrano gigantesche: il rumore, il fuoco, mi affascinavano e mi impaurivano”.

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Ciaccineria

Babbo nell’Ivv ci entrò solo nel ’79, prima era alla Cristalleria Masaccio. “Lo vedevo la sera stanco, con le mani sempre bruciate”. Ma lavorare in vetreria restava una terra promessa, un posto dove si guadagnava bene. E per lui è stato un orgoglio fino alla pensione: oggi tuttavia non ci vuole più venire da noi “Mi fa tristezza, non c’è più il centinaio e più che eravamo”.

Cene IVV, Filippo Righi in primo piano l’8 marzo 1986 al ristorante Pin Rose con sorella, mamma e babbo

Filippo a lavorare in IVV ci provò quasi per gioco. Aveva un diploma in informatica all’Iti e si era iscritto al biennio di ingegneria all’Università di Siena quando nel ‘97 gli capitò di essere selezionato all’Ivv per un lavoretto al confezionamento. Non se ne è più andato, e in fondo quest’ambiente non gli è mai dispiaciuto.

Continua comunque a studiare, e per farlo deve dare disponibilità ai turni di notte perché la vetreria di San Giovanni Valdarno non si ferma mai. Ha un contratto di formazione che lo porta un po’ dappertutto, tanta presenza alla “tempera”, ma anche controllo qualità e confezionamento.

E’ forte però la volontà di voler lasciare un segno e di migliorare la sua posizione così si fa sempre trovare pronto nel momento in cui serve qualcuno che ricopra posizioni di maggior responsabilità. Prima passa ad essere caporeparto del magazzino, poi Responsabile della Programmazione della Produzione e, infine, nel 2010 Direttore di produzione.

“Produrre vetro – ci dice – è diverso da un tempo. La sabbia che inizialmente veniva presa in Arno per costruire lo stabilimento, adesso viene presa in Belgio per fare il vetro, il pericoloso arsenico non è più usato come affinante. Così come sono stati messi al bando altri materiali potenzialmente cancerogeni come piombo e cadmio. Noi siamo rigorosi nel controllo di qualità che in altre parole vuol dire frantumare un sacco di vetro lavorato; quando va bene gli scarti sono il 3-4% della produzione, quando va male salgono anche al 10-15%, e anche di più, ma lo recuperiamo come rottame perché il vetro si può rifondere infinite volte”.

Con queste parole, Filippo ci introduce in un percorso suggestivo, dominato dai segreti, quasi alchemici, che ogni azienda conserva gelosamente. “Il reparto cardine della produzione è appunto la “produzione a caldo” – ci dice il direttore di Produzione che oggi ne coordina l’andamento -. Ogni articolo ha una storia a sé, ci sono di più difficili e più facili. Vasi, bicchieri, piatti hanno però un punto in comune: il “vetro”, cioè quella miscela che si inizia a creare il giorno prima e “matura” la notte prima della produzione. Si inizia con il rottame – solo il nostro perché non c’è da fidarsi – poi si aggiunge sabbia e altri materiali. Come e quando è un segreto: ogni azienda ha la propria ricetta”.

L’altro segreto, oltre la ricetta della miscela, è il modo con cui l’azienda e i suoi maestri gestiscono i forni. Da vent’anni Filippo ha a che fare con il ciclo del vetro ed è più che convinto di una cosa: “Se l’Italia non riuscirà a impedire alla vetrerie di fermarsi, perderà per sempre questa arte di lavoro. Scomparsa questa gente, non ce ne sarà altra”.

Fondere e poi lavorare il vetro, è attività che un po’ si impara e un po’ si sente. Con il tempo e l’esperienza. Per far bene bisogna considerare tutte le variabili, anche una finestra aperta, anche la diversa miscelazione del metano di condotta. Si tratta di fondere la miscela per tempi determinati a 1450 gradi e poi di abbassare la temperatura a 1100 gradi per iniziare la lavorazione del pezzo finito. E il momento del calo termico è il più difficile perché qui si possono produrre bolle e impurità. Se non ci si complica la vita tentando la strada di colori impossibili che si raggiungono sia con la materia scelta che con la gestione della cottura. “A volte – ci dice Righi –, soprattutto quando ho cominciato a fare il confezionamento, te lo sogni anche la notte. Vedi la “tempera”; che scorre e non si ferma mai. Hai la paura di non farcela, di non fare tutto il lavoro che serve o che ti cada in terra il vetro”.

Filippo tira un sospiro che testimonia tutte le responsabilità che ha dicendo l’ultima parola sulle scelte da compiere nella “produzione”. Se sbagli, se il vetro non è buono, se il colore che si voleva ottenere non è raggiunto, c’è il rischio che il giorno dopo la lavorazione si fermi. “Una cosa è certa – ci dice Righi -: il nostro lavoro è completamente diverso da quello di chi produce bottiglie di vetro. Sono tante le variabili in una vetreria che lavora sia tradizionalmente con forni a crogiolo che con forni in continuo. Fondere tante formule con tanti colori fatti nella massa e tanti articoli estremamente diversi tra loro determina infinite variabili ed è difficile pensare che il nostro tipo di produzione possa essere ottimizzata e standardizzata oltre un certo livello”.

Come deve essere un capo quando per dipendenti ha soltanto dei soci? “Serve forza e passione, serve dare l’esempio per impegno e dedizione, si deve essere gentili e rigorosi. Cerco di riconoscere i valori a chi se li merita, ma a volte non ci riesco perché non sempre si può riconoscere economicamente i valori effettivi in campo con lo stipendio. Di certo un Caporeparto solamente severo non è l’ottimale”.

IVV ha una tradizione. Oltre ad avere un proprio reparto di progettazione e disegno, lavora spesso con grandi designers. Artisti, anche di fama. Che non conoscono però i segreti del vetro. Come si gestisce il dialogo fra diverse professionalità? “Non sempre bene – ci dice Filippo -. Bisogna mediare, far capire che ci sono problemi di fattibilità nel formare quell’oggetto pensato con forme che non è possibile realizzare, che è diverso tra angolo a vivo e stondato”. Insomma non è raro che si debbano operare modifiche e ritocchi. Prima di mettere in produzione un articolo va considerata la difficoltà , la pesantezza del vetro, il costo finale che avrà, la quantità di materiale che serve, la quantità di persone in filiera, il numero di pezzi a turno di lavoro, ed infine il packaging che non è affatto aspetto da sottovalutare. In genere il designer, per quanto bravo, tutte queste cose non le sa valutare.

I soci della IVV hanno come tratto distintivo la resilienza. Anche prima che il termine diventasse di uso comune. Righi ci spiega che le cose non sono sempre state facili. “Premetto: i colleghi di lavoro sono parte della famiglia. E più d’uno lo conosco da bambino. Condivisione e convivialità di questi tempi non sono la priorità, anche se non è raro trovarsi in diversi per una rostinciana o la fettunta. Come sapete oggi la Ivv deve render conto non solo ai soci ma a una procedura. E prima, in questi 69 anni di storia che in buona parte ho vissuto, abbiamo avuto la cassa integrazione, un silos di ossigeno inclinato, tre ricapitalizzazioni, un incendio, la contrattazione di secondo livello e 27 licenziamenti che sono stati come tagliarsi un braccio. Tanti momenti difficili, momenti tuttavia uniti dalla nostra grande convinzione sul prestigio del lavoro che stiamo facendo e dalla nostra volontà di continuare a farlo. Qui, in IVV”.

Per dirla tutta, IVV, nonostante abbia avuto un’impennata di richieste estere di acquisto (Arabia, Russia, Usa, Giappone, Cina), vive anche difficoltà congiunturali. Per esempio quella del mercato interno, basato sulle liste matrimoniali che non tirano più così tanto perché la gente non si sposa per passare al caro-materiali su cui c’è solo l’imbarazzo della scelta, giacché oltre al grido d’allarme del Presidente di IVV sui rincari del metano, c’è l’esigenza di dotarsi di sabbie purificate, di coloranti dalla Cina, di ossidi di cerio, cobalto, cromo e così via. E poi c’è la concorrenza sleale, i plagi per la cui difesa occorrono collezioni sempre nuove e diverse, i diversi costi di manodopera che incidono su quelli del prodotto, le continue implementazioni per la sicurezza sul lavoro che una cooperativa compie convintamente e disciplinatamente ma che lo stesso incidono sul fatturato. “Se tutto il mondo lavorasse con le stesse regole sarebbe tutto più giusto e più facile ed invece non riusciamo neanche in ambito europeo ad uniformare le regole del gioco”.

In tutto questo, però, Filippo Righi comunque ha un sogno. Qual è? “Che le cose ritornino come sempre. Che sia valorizzato il sogno. Che i bambini continuino a poter venire da noi e vedere con gli occhi vergini il lavoro che si fa qui dentro come quando mio figlio è venuto con la scuola a visitarci e ne sono rimasto tanto orgoglioso. Che provino le emozioni che ho provato, anche se poi so che oggi le cose sono diverse. Con un adolescente di oggi, colpa nostra, gli si dà tanto, forse tutto meno che la possibilità di scegliere. Questo è un lavoro che si imparava da piccini, non è adatto a chi vuole imparare tutto in una notte. Non si scherza quando si maneggia la materia a mille gradi. Ci vuole tempo e sacrificio. Quando sono entrato a lavorare qui dentro, non avevo capacità in vetreria. Me la sono fatta sul campo, rubando con gli occhi e imparando qualità sempre diverse da chi avevo intorno. Facendo anche lavori ‘umili’ ho capito sia come funzionano veramente le cose, sia come si sentono le persone; e questo mi ha permesso di essere più giusto e efficace nelle scelte e nelle situazioni che mi sono poi trovato ad affrontare da Direttore. Credo di essere riuscito a tirare fuori il meglio da ognuno e di far lavorare insieme persone tanto diverse tra loro che non sempre andavano d’accordo ma che, se motivate e responsabilizzate, hanno dato tanto. Mi sono meritato la fiducia prima per lavorare in un gruppo e poi per far lavorare un gruppo che affascina chiunque viene dall’esterno. Non posso pensare che tutto questo possa finire”.

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