Mps, la cessione è conseguenza del salvataggio 2017

In materia di Banca Mps, occorre fare due premesse che, pur ampiamente scontate, non si trovano nelle analisi e in tutti gli interventi recenti sui media, redatti più o meno con competenza.

Da quando il Mef (Ministero Economia e Finanze) e Unicredit hanno annunciato la trattativa per l’eventuale acquisizione di Banca Mps, gli interventi prevalenti, anche successivi ai chiarimenti puntuali – in punta di diritto e di principi economici difficilmente confutabili – comunicati dal Ministro Franco al Parlamento, continuano ad inserire vecchi e nuovi segnali di allarme che pregiudicano ulteriormente un rapporto corretto e positivo della Banca MPS con il suo territorio di riferimento.

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Si sostiene in effetti di difendere la banca, i suoi dipendenti, i suoi clienti e l’economia, ma in realtà si mina di fatto ulteriormente il rapporto fiduciario tra Mps e utenza e si alza un polverone mediatico del quale non ci sarebbe proprio bisogno…

Il primo elemento è che il processo di aggregazione non riguarda solo le banche (vedi esempio della Fiat) e comunque è in atto e non si concluderà di certo con l’unica cessione della quota di Banca MPS da parte del MEF.

Questo in realtà è frutto della congiuntura e delle dinamiche economiche del nostro momento storico, non solo in Italia, e risponde ad esigenze sistemiche che vanno ben al di là di “marchi di fabbrica e di territori regionali…”.

Secondo elemento da non dimenticare è che, quando il Governo ha salvato la Banca MPS nel 2017, ha stabilito con le autorità competenti europee il necessario e indilazionabile passaggio successivo – quello che stiamo vivendo – per poter avere le pertinenti autorizzazioni.

Dunque è da ritenere che siano solo “aggiunte di colore” parlare di Padoan, attuale presidente di Unicredit, di Enrico Letta candidato alle elezioni supplettive, di esuberi esagerati o di scioperi programmati… E’ elemento che mi appare fuorviante e fuori luogo.

Questi atteggiamenti possono dare forse visibilità temporanea ai “protagonisti” della “giornalata”, ma non producono certo effetti, tantomeno positivi, sui risultati della trattativa in corso… Quindi occorre a mio avviso ripartire più correttamente da quanto il ministro Franco ha riferito al Parlamento e poi facciamo lavorare gli analisti in campo da ambo le parti per condurre in porto la trattativa e aspettiamo, senza produrre ulteriori e inutili allarmi sociali, le conclusioni alle quali le parti perverranno.

Le regole valgono per essere rispettate e, nel quadro normativo esistente (nazionale ed europeo), correttamente si può pervenire ad un risultato compatibile con i paletti posti in modo chiaro dal Governo che ha declinato impegni e scadenze che, se non sono ancora certezze, rappresentano comunque premesse chiare e ineludibili…

In questo scenario dove ognuno deve fare il proprio dovere, fino in fondo, possiamo certamente accompagnare la trattativa in corso facendo anche utili proposte – più o meno concretamente realizzabili come un nuovo soggetto autonomo di banca interregionale o una divisione territoriale forte della banca incorporante – ma senza inutili impuntature polemiche che oltretutto non servono a risolvere i problemi ed aiutare ad arrivare a una soluzione equa per tutte le parti in campo.

Le esigenze della politica e dei sindacati dovrebbero essere più attente e rispettose dei ruoli, sottolineiamo attente e responsabili, anche perché spesso chi urla più forte spesso ha responsabilità pregresse da far dimenticare.

(NDR, Gianfranco Antognoli, l’autore di questo testo, è stato professore a contratto per “Banca e Comunicazione” presso la Facoltà di Economia dell’Università di Pisa)

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