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sabato, Ottobre 1, 2022
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Sono un tappeto liso di umanità

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“Andiamo a mangiare le poulet-roti” mi disse una sera. Il “ristorante” era un’ampia tavolaccia, nel buio più pesto: la notte più gli spalti dello stadio di Ouagadougou. Ognitanto qualcun altro si sedeva e chiedeva o socializzava. Di lui intuivi solo cosa voleva.

Credo che l’episodio lo descriva. Giovanni Iozzi non ha paura degli incontri al buio. Si nutre di quel crogiuolo di umanità, caldo e incerto, dove il suo io profondo ottiene senza concedere. Forse quel che ho vissuto di sincero con lui lo intriga; e quindi quando lo chiamo gli vengo a noia subito, perché sopravvive contando sulle dita gli affetti verso i quali provare responsabilità. In genere non gli riesce.

Giovanni Iozzi a Samarra (Iraq). La torre è quella che Beniamino, monaco esploratore del XII secolo, credette fosse la famosa torre di Babele che da allora è stata da tutti rappresentata a quel modo.
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Ciaccineria

“La sera di cui parli – racconta Giovanni – fu l’ultima sera che vidi Mathieu-C’est-bon, di lui mi resta solo una figurina disegnata su stoffa logora che non avrebbe mai venduto. Mathieu era un eccellente suonatore di djambé, fu lui che mi fece capire che la depressione esiste anche dove c’è la miseria più profonda e dove si pensa che il problema sia togliersi la fame, per sé e per la propria famiglia, e che non ci sia spazio per malattie da ricchi. Abbandonato il villaggio viveva in miseria per le strade della città, dimentico della famiglia e della musica. Nessuno l’aveva mai più sentito suonare e ogni giorno sprofondava sempre più giù nel suo dolore. Fu lui a raggiungerci nel buio tra i tavoli sotto lo stadio di Ouaga, qualcuno l’aveva avvertito che ero di nuovo là. Capii subito che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti. Non mangiò niente, prese il pollo e lo portò a qualcuno da qualche altra parte, sempre nel buio. Un abbraccio, poche parole e via. Scomparso così com’era apparso. Addio Mathieu, di te ricordo tutto ma il cuore mi si scalda al pensiero di quella notte in cui con l’inganno riuscii a farti suonare di nuovo in quel quartiere di miseria bigia che era Dapoia Deux dove mi ero accasato. Anche te scomparso, come Eric il rasta, come Adamas, il focomelico che mi portava in motorino tutto sdraiato per raggiungere il manubrio con me al vento come un coglione. Amici di cui sento tanta nostalgia”.

Rosticceria a Bamako
Un incontro nel il quartiere di Oddos a Gran Bassam (Costa d’Avorio)

Ma questa era una vita passata, l’attuale la chiama “Vita 3”, ormai è completamente un “senesedifuoriSiena”. Dai Giovanni descriviti; se vuoi, puoi iniziare così: quel tratto del fiume Po, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi…

“Vivo nella valle dei valdesi, con il Monviso tanto vicino che me lo copre la montagna che ci separa. Sono l’unico residente della mia borgata, troppo in alto per viverci, anche per chi c’è nato. D’estate gli autoctoni si prendono cura di me, d’inverno io mi prendo cura dei miei quattro gatti. Ho cominciato ad accendere il camino verso la fine di agosto, da fine settembre tutte le sere.

La solitudine e il silenzio danno dipendenza e questo è un problema perché si tende a lasciarsi risucchiare. Il telefono non funziona e devo tutto ad una grande parabola che pesca i segnali direttamente dai satelliti in transito. Mi fanno compagnia gli amici sparsi per il mondo, io li ninno con un po’ di storie e loro mi salutano con un pollice alzato o cose così. Dalla Colombia mi sono portato un’amaca di cui non potrei più fare a meno, e per contrastare la sedentarietà, ché le camminate non bastano mai, da qualche giorno ho cominciato a fare la zumba. Non mi dispiace, contrasta un po’ con i settant’anni incombenti. Faccio fascine, taglio legna, pianto meli e ho un piccolo orto che, come la rosa del Piccolo Principe devo proteggere dalle capre e dalle mucche. Franco, il margaro, quando le porta su viene a mungerle al mattino presto, così che poi io mi trovo una bottiglia di latte alla porta, a volte una toma. Guido invece quando fa il pane nel forno di borgata impasta sempre due pagnotte di farina integrale anche per me.

Guido fa il pane nel forno di borgata

Ho ritmi lenti, cammino nel bosco e mi fermo a gingillarmi con le salamandre, con i caprioli e qualche cervo. D’inverno sento i lupi e al mattino ne trovo le tracce. I ghiri mi mangiano le nocciole, i gatti i ghiri, le volpi i gattini quando nascono. Chi mangia le volpi non lo so. Da lontano qualcuno si preoccupa che non caschi in qualche burrone, qualcuno anche da vicino, così la giovane sindaca ogni tanto mi telefona per sapere se sono vivo, d’inverno viene anche su con la Protezione civile a trovarmi. Sono un suo grande elettore, in tutto il comune siamo duecento o giù di lì.

A vivere quassù si ripassa la lezione imparata nella capanna di Alex Zanottelli a Korogocho, a volte quando scopro che il frigo è vuoto, trovo una cipolla, un pezzo di pane, olio di casa – ancora qualcuno mi vuole bene e si preoccupa di spedirmelo -, un pomodoro e via con un filo di sale e tutto sembra avere un sapore antico e nuovo allo stesso tempo. Ricordi il pane col vino e lo zucchero?

So che la vita è questa cosa che mi porto alle spalle ma bisogna cavalcare quel che resta per costruire equilibrio e armonia e questo cielo che si lascia toccare aiuta a rimettere ordine”.

Abbiamo tirato in ballo il Manzoni perché ormai ne sei diventato collega. Mille apprezzamenti per la tua opera prima “Ragazzi di fiume”, poi… come sta continuando?

“Mi conosci e sai che non ho perso il vizio, così a sera a volte scrivo. Ho un progetto di dieci racconti di duelli avvenuti nel corso della storia, mi piace Mussolini-Ciccotti Scozzese, e Mussolini-Treves, ogni riga che scrivo deve essere vera, Puskin aveva già raccontata la sua fine, ma dalla parte sbagliata, non era stato capace di calarsi nella parte del perdente. Mi piace Galois, il matematico ragazzino caduto in un mezzo agguato, una testa calda e un rivoluzionario pericoloso, doveva esser fatto fuori. Scrisse la sua teoria più preziosa nella notte prima di essere ucciso. Aspetto mi venga incontro Caravaggio e quell’attaccabrighe del Cellini, ho visto cadere il Martelli fuori porta Romana nell’assedio di Firenze. Cerco i miei campioni e vado a cercarli nella notte della vigilia, frugo nei loro pensieri e nella loro umanità intrisa di orgoglio, paure, pentimenti.

Sì ogni tanto mi diverto ancora. Non importa se vedranno la luce; Musashi contro Kojiro mi commuove ancora perché era una passione condivisa con chi, anche se non c’è più, mi è sempre vicino”.

Aula di una Scuola di villaggio nella campagne del Mali, vicino Bamako
Risorse didattiche di una Scuola di villaggio nella campagne del Mali, vicino Bamako

Sai ho scritto l’attacco più volte perché volevo provare a elencarti prima di rinunciarvi. Psicologo, spin doctor, scrittore, padre, marito e compagno, imprenditore, gestore di impianti sportivi, sociologo, animatore, scenografo, attore, eremita. Quante cose hai fatto? Quanto ti senti orgoglioso e quanto ti senti in colpa?

“Sai alla fine scopro di aver solo cercato di non tradire quello che sentivo di essere, non tutto era ordinato e chiaro e non ho mai avuto un progetto o delle ambizioni precise, avevo un animo vagabondo e tanta voglia di esplorare il mondo, non solo in lungo e largo ma anche sprofondandoci dentro e cercando di arrampicare all’in su. Vedo tanti me alle mie spalle, e molti di questi dei veri coglioni di cui mi vergogno assai, ma non posso dire di non averci provato e ora sono contento di scoprire che assomiglio abbastanza a quello che avrei voluto essere, un tappeto liso di umanità. In fondo mi conforta la consapevolezza di non aver mai tradito quel “ragazzo di fiume” un po’ randagio che c’era dentro di me”.

Il Carcere di Maco in Bourkina Faso
Sperduta in un immondezzaio, la tomba di un condottiero sociale del Bourkina Faso: Thomas Sankara

Ci racconti della volta che ti sei fatto carcerare per descrivere e capire i giovani reclusi? E dopo com’è che non hai fatto anche il viaggio sulla patera verso la Spagna?

“Quando c’entrai per la prima volta il Direttore dei Servizi Penitenziari mi guardò stupito, “Ma davvero lei vuole entrare là dentro?” e poi aggiunse, “mi raccomando non li tocchi ci sono infezioni contagiose che non si contano”. Vedo tutto come fosse allora e quell’edificio che assomigliava al deposito di zio Paperone, con una sola porticina per entrare ed uscire, mi pareva esplodesse di umanità, uguale a quella che sentivo ribollire dentro di me e neppure gli odori mi spaventavano, le stuoie in terra, le latrine rotte, stanzoni senza finestre. C’erano dentro così tante persone che in certi periodi dovevano fare i turni per sdraiarsi in terra a dormire. Sì ,ricordo di avergli detto che avrei voluto restarci una settimana, prima di me c’era stato un francese che aveva fatto riprese da dentro, ne conservo ancora un nastro su VHS, lo tirarono fuori una notte che stavano per ucciderlo. Poi però non se ne fece niente. Sono vivo, ingenuo e coglione.

Giovanni Iozzi in Marocco nel deserto del Chott el Jerid

Le paterà, erano i barconi che andavano dal Marocco alla Spagna; certo che mi sarei imbarcato, dalle parti di Eddalia non c’erano campi come in Libia, lì servivano solo i soldi e l’incertezza del viaggio era garantita. Pagavi il passeur e partivi, loro giravano per i villaggi dell’interno promettendo una vita migliore e ricchezza; dal villaggio di Fokrà dove incontrai i vecchi rimasti, erano partiti tutti i ragazzi e non ne arrivò nessuno. Il mio amico Hicham si salvò vedendo morire suo fratello. Lui diceva che Allah aveva voluto si salvasse perché gli ributtava addosso il bidone che lui aveva abbandonato per lasciarsi morire insieme agli altri.

La storia era la stessa conosciuta nei villaggi interni della Costa d’Avorio, qualcuno che passava e convinceva i genitori ad affidargli una figlia per portarla a vivere in città, conoscenti che l’avrebbero fatta studiare e le avrebbero garantito un avvenire migliore… “Che potevo fare?” mi confessò un genitore, “Era uno che conoscevamo, ogni tanto passava… qui non abbiamo niente. Poi non ho più saputo niente di lei”.

La storia è come se la conoscessi anche te, magari l’hai anche vista su qualche marciapiede”.

Un tuo approdo stabile è stato presso quell’industria sociale che prende il nome di Gruppo Abele. Rigore e scienza applicate alla cooperazione. Sei stato catturato da don Ciotti o dalla pulizia di questo sistema di vita e lavoro? Vuoi raccontarci delle realizzazioni collettive che più ti hanno impressionato?

“Se sai aspettare passa anche il tuo treno. Col Gruppo Abele è stato un crescendo, all’inizio il mio spirito guida fu la mia amica Gabriella, che ora fa la Garante delle persone private della libertà per la città di Roma, un gigante. Con lei abbiamo scorrazzato molto, missione umanitaria a Sarajevo che ancora sparavano, scudi umani a Bagdad a cantare Bella ciao con gli studenti davanti alle televisioni, in Africa da Korogocho a Grand Bassam. Lì si fermò il mio cuore e lì cominciò tutto. Un vecchio progetto da rimettere in piedi e, insomma feci quel che potevo e diciamo che ora naviga a vele spiegate, per merito di tanti, un poco anche mio.

La raccolta di Arcobaleno, coop sociale affiliata al Gruppo Abele

Il Gruppo Abele mi ha insegnato a cercare di conoscere il mondo vivendoci dentro ma dal basso, anche se l’espressione non credo renda bene l’idea, quel basso che più giù di lì proprio non si può. Ed è lì che si cresce, per quanto si può, ché se siamo poveri dentro, poveri si resta.

Comunque lì incontrai un think tank inviato da Ciotti per capire se si poteva avviare qualche progetto di inclusione sociale partendo dall’ambiente. C’erano tra gli altri gli amici della cooperativa Sociale Arcobaleno, nata appunto dal Gruppo Abele e così da allora la mia vita è ripartita da lì, per loro sono stato responsabile del Progetto culturale ed è stata una lunga e formidabile avventura. E’ l’unico motivo per cui ancora oggi calo dalla montagna per continuare a dare il mio contributo”.

Una curiosità, cosa di Siena e Colle ti stai portando ancora dietro nella tua vita?

C’è una Siena dove meno te lo aspetti

“C’è una vita che è incisa laggiù laggiù. Non si può dire di amici, amori, affetti, casa, famiglia, si può solo dire vita, vissuta e vissuta bene. E’ scolpita, graffiata, radicata nella memoria e nel cuore. E’ ancora casa”.

L’ultima risposta è sulle domande che non ti abbiamo fatto… Ma ci piacerebbe che tu ci dicessi anche se ti senti un uomo buono, così come ti giudicano molti di quelli che ti conoscono…

“Se per alcuni la bontà è un dono ricevuto a gratis dal Cielo, per altri è un percorso ad ostacoli, un labirinto da attraversare senza guida e bendati. Si cresce in bontà per errori e anche molto facendo soffrire, ad ogni età, ad ogni stagione. Capita che più si diventa migliori e più ci si senta inadeguati, come se salendo si scendesse. Non lo so dire meglio. Ecco, mi trovo qui, appena appena accettabile per me, a volte buono per
gli altri. Non pronto per il paradiso, un po’ impaziente di fare meglio nelle prossime vite. Mi rispecchio in questa città dove sono nato, più mi sembra bella più mi sembra precipitare nella vergogna ma anche per lei ci saranno altri giri di giostra. Con gratitudine. G.”

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