Un mondo di pace passa da un nuovo ordine

Post del 23 marzo

Un po’ lungo, ma mi pareva un atto di onestà verso questo spazio e voi che lo frequentate provare a mettere ordine in un paio di questioni e relativi pensieri. Come al solito, se vi va di rubare dieci minuti al resto.

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Un abbraccio

A sinistra abbiamo un problema. Lo riassumo così: un pezzo non irrilevante di quel mondo che col concetto di sinistra si identifica ritiene l’invasione dell’Ucraina un evento che affonda le radici negli errori che l’Occidente e la Nato hanno compiuto dopo la fine dell’Unione Sovietica (1991). Da qui a riconoscere alcune ragioni di Vladimir Putin il passo non è automatico, ma neppure impossibile. E infatti singole voci da quella premessa traggono due conclusioni. La prima è nell’invito al governo ucraino ad arrendersi. Il ragionamento è secco: lo squilibrio di forze è tale da non consentire alcuno scenario diverso dalla capitolazione di Kiev e poiché prolungare la guerra significa conteggiare più vittime toccherebbe al presidente Zelensky preservare la sua gente deponendo le armi e trattando con Mosca la resa. L’altra conclusione condanna il sostegno alla resistenza ucraina anche tramite un supporto militare. Sul punto il dissenso spazia dal rifiuto delle armi tout court alla inutilità della decisione vista l’asimmetria delle forze sino alla denuncia del riarmo ucraino a opera della Nato. Ora chiunque si alzi e dica che la guerra è un male in sé per la scia di morti e distruzione con vittime per lo più civili enuncia una pura verità. Se a denunciarlo è il papa all’Angelus quelle parole poggeranno su un piedistallo solido. Lo stesso se ripensiamo a Gino Strada o a tanti medici, volontari delle Ong, operatori di pace, che non hanno smesso di coltivare l’utopia di un mondo dove la guerra finisse espunta dalla storia. ll rispetto e l’ammirazione verso questo approccio non è in discussione. Il nodo, però, si deve tagliare quando la cronaca ci pone dinanzi a un paese sovrano che invade un altro Stato sovrano allo scopo di destituirne il governo ridisegnando i confini politici dell’area. Davanti a questa condizione – non ipotetica, tragicamente reale – non solo i governi, ma partiti, movimenti, ogni singola persona si trova alle prese con un interrogativo. Se quel popolo invoca un aiuto anche militare per non soccombere e spingere l’aggressore a recedere dalla via imboccata è legittimo garantire quell’aiuto? La risposta di molti, io tra i tanti, è sì, quell’aiuto va garantito. Dirlo, e prima ancora pensarlo, solleva dubbi e interroga le coscienze. Una replica a questo modo di pensare imputa all’Europa e alla Nato una politica di espansione a Est che avrebbe sottovalutato l’esigenza di sicurezza della Russia. Tradotto, se per anni Europa e Stati Uniti armano l’Ucraina mentre in parallelo “accerchiano” la Russia con truppe, esercitazioni militari e inclusione di paesi confinanti nella nuova Alleanza atlantica non ci si può stupire se una nazione che si percepisce come “assediata” reagisce al fine di ristabilire una condizione di equilibrio. Di questo ragionamento è comprensibile la premessa, irricevibile la conclusione. Non vi è dubbio che negli anni l’Occidente ha scambiato la fine dell’Urss col trionfo del modello liberal-democratico pensando di retrocedere il vecchio impero a potenza regionale da sfruttare quale emporio di materie prime e risorse energetiche. Illusione di élite convinte di poter sbianchettare dalla carta geografica matrici storiche e culturali destinate a proiettarsi nel dopo. Potremmo aggiungere la quota di ipocrisia che ancora l’Occidente ha espresso dopo il 2014, annessione della Crimea, continuando a vendere armi a una Russia già sanzionata da embargo. E di più, potremmo elencare le doppie morali di quello stesso Occidente che issa il vessillo della democrazia quando gli conviene salvo proseguire i suoi affari con regimi non meno autocratici, violenti e repressivi della Russia attuale. Tutto drammaticamente vero. Il punto è che nulla giustifica l’invasione dell’Ucraina, l’uccisione di donne, bambini, ed è su questo che siamo chiamati a misurare il sostegno alla resistenza di un territorio martoriato. E arriviamo al nodo. Esiste la “sinistra autoritaria” denunciata da Luigi Manconi, quella incapace di riconoscere la sofferenza delle persone semplici anche quando il loro dolore si manifesta in modo più evidente? Per quanto costi riconoscerlo temo che quella pulsione raccolga un consenso più largo di quanto crediamo. Quando in uno studio televisivo un esperto di sicurezza spiega che Kiev non può far altro che alzare bandiera bianca e una giovane ucraina replica che non si può chiedere quel sacrificio a un popolo aggredito, con chi dovrebbe schierarsi una sinistra che al centro ponga la difesa dei diritti umani e un principio di autodeterminazione? Invece cosa significa se una parte non piccola di reazioni sposa la tesi dell’analista contestando alla giovane una ingenuità nella migliore delle ipotesi o, peggio, una collusione con le (indubitabili) colpe del nazionalismo incistato nel suo paese? Ignorare il tema sarebbe un errore perché oltre al principio la questione implica un chiarimento sull’identità della sinistra. Lo scrivo perché solo spiegando come la pensiamo sulle frontiere dell’etica e del diritto internazionale potremo definire il chi siamo in rapporto alle strategie da seguire. Per capirci, sono ostile a una logica di riarmo come prospettiva del nostro paese e osservo allarmato il riemergere di uno spirito bellicista dietro al quale si muovono interessi dell’industria militare. Altra cosa è affrontare il capitolo di una sicurezza comune in un continente che non può più affidare il suo destino alla superpotenza americana. Se il 24 febbraio segna uno spartiacque dovrà esserlo anche nel colmare il vuoto che l’Europa ha lasciato sino dagli anni cinquanta quando a porre il veto su un embrione di difesa congiunta furono i francesi. Affrontare quel capitolo, però, non vuol dire che ogni paese riempie i propri arsenali. Vuol dire razionalizzare quella spesa a livello comune e al contempo riaprire il libro della storia, quella migliore, per fare dello spazio geografico di cui siamo parte, e che la Russia comprende, un’area di cooperazione, pace, tutela di ogni minoranza nazionale respingendo una regressione allo spirito della prima metà del ‘900. Menti illuminate seppero indirizzare il secondo dopoguerra sul sentiero di una pacificazione spezzata solo dal Balcani negli anni ’90 e dall’Ucraina di ora. Oggi la scena è diversa, ma la responsabilità più o meno coincide. In sintesi si tratta di mutare il paradigma che sinora ha preservato la sicurezza del continente rifiutando la via di una nuova “cortina di ferro”. Anche per questo inquieta l’annuncio dei cento miliardi stanziati dalla Germania per adeguare le sue forze armate, perché non è quella la strada se vogliamo che il nostro secolo ripercorra le virtù della seconda metà di quello che ci ha preceduti. La domanda è se le élite alla testa del continente possiedano ambizione e coraggio per scrivere questa nuova pagina. Sapendo che oltre a una visione della crescita e della transizione energetica l’Europa ha di nuovo bisogno di una leadership che faccia del nostro continente l’anima di una nuova era di pace interna e distensione e cooperazione globali. La verità? Un mondo di pace, se la formula conserva un senso, passa da un nuovo ordine, nel concreto vuol dire che gli “imperi” sopravvissuti (Usa, Cina, Russia) non possono che sentirsi reciprocamente coinvolti dall’Europa nel costruire relazioni, regole, istituzioni in grado di sovraintendere a quell’ordine tuttora assente e che espone ciascuno, noi più di altri, a tragedie come quella in corso. Quanto alla destra è vero che ha parecchi più scheletri negli armadi, ma sono problemi loro nel senso che da lì non verranno buone pratiche e neppure consigli utili a fare ripartire i motori dell’accoglienza. Insisto, il problema riguarda noi e sarà bene non ignorarlo perché la sfida vive qui. Per affrontarla serve coerenza nel riconoscere le falle di prima senza abdicare alle opportunità del poi. Certo, ragionare su questo mentre la guerra infuria può sembrare un fuor d’opera. Ma se pensiamo alle conseguenze il non farlo potrebbe rivelarsi una scelta persino peggiore.

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