Achille Sclavo, un costruttore della Siena Moderna

Persone diverse dalle altre. Che hanno dedicato la vita a una missione e sfruttato quelle opportunità che un nuovo Stato dava loro. Persone il cui impegno indefesso ha cambiato le istituzioni senesi – e non solo – e trasformato Siena a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

Il mio primo sentimento è di dire grazie a Paolo e Laura Neri, rispettivamente autore ed editrice, così come nipote e pronipote, di un grand’uomo qual è stato (Vincenzo) Achille Sclavo. La garbata descrizione fornita dalle pagine di “Achille Sclavo – Una biografia familiare” (di Paolo Neri, Nuova Immagine Editrice, aprile 2021) attualizza un personaggio che ha dedicato la propria vita a combattere le pandemie.

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Nato in Liguria da una famiglia di origini popolari quattro giorni dopo la proclamazione del Regno d’Italia si laureò a pieni voti in Medicina e Chirurgia a Torino nel 1886. Quindi si avvicinò alla Farmacia e poco dopo si impiegò a Roma nell’Istituto di Batteriologia dove poco più che trentenne divenne il capo; si impegnò contro la difterite e quindi, primo al mondo, elaborò un siero iperimmune contro l’antrace (allora carbonchio). L’affidamento di una cattedra da parte dell’Università di Siena lo portò per la prima volta nella nostra città nel 1898.

Così la famiglia Sclavo si insediò a Siena e si strinse fortemente ad essa (Nicchio, associazioni benemerite, Pubblica Assistenza, Mens Sana, Robur, Ateneo), mentre Achille Sclavo, uomo evidentemente caro all’apparato statale, fu chiamato a combattere ogni genere di calamità sanitaria nel Resto d’Italia. Grazie alle inedite lettere scritte alla moglie Eugenia, madre dei suoi cinque figli, viene tratteggiata la figura, le intime preoccupazioni e le aspirazioni di quest’uomo dai molti meriti.

L’Istituto Sclavo che può esser ritenuto pietra angolare dell’attuale distretto di biotecnologie, nacque sulla collinetta che domina via Fiorentina nel 1904 e fu creato per dare sviluppo industriale al siero iperimmune contro il carbonchio. In breve si aggiunsero altri sieri e prodotti farmacologici senza mai dimenticare quella convinzione per l’igiene pubblica che ancora non tutta la classe medica condivideva.

Chiamato da Roma, Achille Sclavo combatte la malaria in Sardegna dal 1910, fu commissario unico governativo in Puglia nel 1911 per domare l’epidemia di colera con isolamenti, norme igieniche e opere di depurazione degli scarichi fognari. L’anno seguente si interessa al vaiolo che miete vittime a Napoli e che aveva scongiurato con vaccinazioni di massa in Puglia e poi ancora il colera, con Giolitti che lo invia a Palermo per arginare gli sperperi e contrastare la disorganizzazione medica.

Quando alfine si insediò a Siena – a onor del vero mai permanentemente – collaborò alla progettazione dell’Acquedotto del Vivo, fece costruire bagni pubblici, si raccomandò agli insegnanti sulla cura del lavaggio delle mani, fu tre volte rettore dell’Università, una volta consigliere comunale, lottò contro la tubercolosi opponendosi alla tesi che andava per la maggiore di collocare i sanatori in altura.

Alla sua morte nel 1930 a Genova lasciò non solo opere e scoperte, ma un’eredità di principi morali e di stile di vita esemplare al servizio della comunità.

All’autore – professor Paolo Neri – l’invito esplicito a dar seguito presto ai suoi proponimenti di descrivere altri particolari dell’epopea Sclavo-Neri, così come annunciato tra le righe del suo libro. Complimenti.

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