Immigrazione: l’uso politico della paura e le risposte del territorio


“Una società che guarda al futuro non alimenta la paura: investe nella coesione, nella dignità del lavoro e nella capacità di includere.” Intervista a Clori Bombagli, Consigliera comunale di Chianciano Terme con delega a Immigrazione e solidarietà, Coordinamento politiche per la multiculturalità e integrazione dei “nuovi cittadini”, Politiche per l’inclusione.

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Consigliera Bombagli, partiamo dall’attualità internazionale raccontata dai media: la crisi dei flussi migratori a Ceuta viene descritta come un “assalto all’Europa”. C’è chi evoca persino scenari apocalittici, parlando di invasioni barbariche. Qual è la sua lettura da amministratrice locale in prima linea sui temi dell’integrazione?

«Siamo di fronte a una narrazione profondamente distorta che sfrutta la vulnerabilità umana a scopi puramente elettorali e di distrazione di massa. Etichettare chi scappa da guerre o miseria come “zombie” o “invasore” serve unicamente a sollevare i governi dalle proprie responsabilità, eliminando l’empatia dal dibattito pubblico. La verità è che si preferisce urlare all’emergenza migratoria piuttosto che affrontare le vere grandi sfide del nostro tempo, come la crisi climatica globale, i cui effetti estremi sono sotto gli occhi di tutti. La propaganda dipinge i flussi come eventi catastrofici improvvisi per generare paura, quando in realtà sono fenomeni strutturali legati a dinamiche geopolitiche precise.»

È’ stato fatto un paragone amaro: quando nel 2023 ci fu lo sbarco di settemila persone a Lampedusa, i vertici europei si precipitarono sul posto offrendo solidarietà; oggi, davanti a una crisi analoga a Ceuta, le istituzioni e alcuni governi, compreso quello italiano, sembrano reagire con freddezza se non con cinismo politico. Come si riflette questa miopia a livello locale?

«Dimostra una totale assenza di visione strategica e una preoccupante asimmetria morale. La solidarietà internazionale non può essere attivata a giorni alterni o a seconda del colore politico del governo del Paese che si trova a gestire gli arrivi. Questo tatticismo esasperato danneggia l’idea stessa di un’Europa unita e si ripercuote inevitabilmente sui territori. Quando il livello centrale fallisce nell’elaborare riforme strutturali e si limita a fare propaganda o a chiudere i confini, scarica tutto il peso dell’accoglienza sui Comuni. Gestire l’integrazione senza linee guida stabili e coordinate a livello europeo rende il lavoro delle amministrazioni locali drammaticamente più complesso.»

La sua delega parla chiaro: si occupa di integrazione dei nuovi cittadini e politiche per l’inclusione. Rispetto alla tendenza generale di cercare capri espiatori – che siano i trafficanti, le sanatorie o i governi esteri – qual è la strada da percorrere?

«La strada è smetterla di considerare l’immigrazione come un problema di ordine pubblico o una minaccia. Dobbiamo disinnescare la logica della svalorizzazione dell’essere umano e uscire dalla cultura dell’emergenza permanente. I fenomeni migratori non sono un incidente della storia, ma una realtà strutturale con cui l’Europa e l’Italia devono confrontarsi in modo serio e lungimirante.

Per questo credo che la risposta alla retorica dell’odio culturale e della paura non possa essere soltanto morale. Deve tradursi in politiche concrete e in progetti territoriali capaci di dare valore e rispetto alla persona, favorire percorsi regolari di inclusione e costruire una convivenza fondata su diritti e responsabilità condivise.»

Nel dibattito pubblico si parla spesso di immigrazione come di una minaccia. Eppure molti osservatori sottolineano che il vero problema italiano è quello demografico. Condivide questa lettura?

«Credo che sia impossibile affrontare seriamente il tema senza guardare ai numeri. L’Italia sta vivendo una crisi demografica profonda: da oltre un decennio la popolazione diminuisce e l’età media continua a crescere. Le proiezioni ci dicono che nei prossimi decenni il Paese sarà più piccolo e più anziano.

In un contesto del genere, continuare a parlare soltanto di chiusura delle frontiere o di invasioni significa ignorare una parte essenziale della realtà. La questione migratoria va inserita dentro una riflessione più ampia sul futuro economico, sociale e produttivo dell’Italia.»

Quindi immigrazione e sviluppo economico sono temi strettamente collegati?

«Assolutamente sì. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere un dato evidente: una parte importante dell’economia italiana si regge sul lavoro delle persone migranti. Pensiamo all’agricoltura, alle filiere del vino e dell’olio, alla ristorazione, al turismo, all’assistenza agli anziani e a molti altri settori essenziali.

Questo non significa negare la necessità di regole o di una gestione ordinata dei flussi. Significa però partire dalla realtà e non dalla propaganda. La vera sfida è costruire percorsi regolari, trasparenti e inclusivi che permettano alle persone di contribuire alla crescita delle comunità e al tempo stesso di sentirsi parte di esse. Una società che guarda al futuro non alimenta la paura: investe nella coesione, nella dignità del lavoro e nella capacità di includere.»

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