La lotta per l’ambiente deve essere staffetta fra generazioni

Fabrizio Vigni da molti anni vive a Roma con la sua compagna. Conclusa l’esperienza da parlamentare nel 2006 – poi fino al 2014 nella Direzione nazionale del PD e presidente nazionale dell’associazione degli Ecologisti democratici (Ecodem)- continua ad occuparsi di ambiente e transizione ecologica. Temi sui quali si è sempre impegnato anche nei suoi incarichi istituzionali e politici e sui quali continua ad impegnarsi con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Ci risiamo Fabrizio, grazie per la tua collaborazione. Chi apre Wikipedia al nome di Vigni Fabrizio vede appunto che viene subito legato all’ambiente. Lo ripetiamo. Tra i primi ambientalisti nel movimento degli studenti, nella Fgci, poi nel Pci, nelle istituzioni, in Parlamento, in aziende pubbliche. Ci racconti qualcosa della tua quarantennale esperienza e di come i problemi ambientali sono cambiati? Quali sono le evoluzioni a cui hai assistito e come viene vissuto l’appeal dell’Agenda 2030 da pubblico e privato?

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“Nel mio primo congresso da segretario provinciale del PCI, nel 1998, misi al centro della relazione la proposta di uno sviluppo con finalità ecologiche. Qualcuno storse la bocca. Un quotidiano nazionale titolò: “Siena, il PCI più verde d’Italia”. Sembrava una cosa un po’ bizzarra, all’epoca. Non eravamo in molti ad occuparci di ambiente. Oggi l’Europa mette al centro della sua strategia il Green Deal, l’Italia destina la quota prevalente delle risorse del PNRR alla transizione ecologica, l’ONU indica con l’Agenda 2030 una svolta verso la sostenibilità. L’attenzione dei cittadini verso i temi ambientali è enormemente cresciuta, un numero crescente di imprese investe nella green economy. Molte cose sono dunque andate nella direzione giusta. Ma il cambiamento delle politiche pubbliche, delle produzioni, dei consumi, degli stili di vita – ecco il problema – è ancora troppo lento di fronte all’urgenza delle sfide ambientali, a cominciare da quella climatica. E non abbiamo tempo”.

Il Partito Democratico discute di Ambiente con Fabrizio Vigni

E’ cambiato anche l’ambientalismo?

“Sì, ma va detto che non c’è un unico ambientalismo. Quando nel 2007 con Ronchi, Realacci, Della Seta, Ferrante, Scalia e molti altri protagonisti dell’ambientalismo italiano demmo vita all’Associazione degli Ecologisti Democratici era perché pensavamo che il nascente PD dovesse avere un forte profilo ecologista, ma anche per dare forza ad un ambientalismo scientifico, capace di far convergere le ragioni dell’economia con quelle dell’ecologia, di declinare i valori ecologisti in proposte realistiche, pragmatiche, riformatrici. Un ambientalismo insomma molto diverso da un certo ambientalismo minoritario e fondamentalista che sa dire solo no e predica la decrescita. È paradossale, ad esempio, che ci sia chi in nome dell’ambiente si oppone alla realizzazione di impianti di energia rinnovabile o per la corretta gestione dei rifiuti. Serve un ambientalismo maturo, radicale nei valori ma con una cultura di governo, capace di avere un consenso molto largo nella società. All’Italia manca purtroppo un soggetto politico ambientalista come i Verdi in Germania”.

Tu sei stato anche uno tra i primi antinuclearisti. Lo sei ancora? Cosa pensi del fatto che stiamo pagando penali all’Europa per non aver trovato soluzione alla gestione delle scorie? E ancora, ora che i depositi vanno assolutamente trovati, il no della Regione Toscana quanto mette al sicuro il sito della Valdorcia?

“L’energia nucleare da fissione non è una soluzione ai nostri problemi. Fukushima, dopo Chernobyl, ci ha ricordato i rischi. I costi superano i benefici. Tant’è che il più grande paese industriale d’Europa, la Germania, ha deciso di chiudere le proprie centrali. Quanto ai rifiuti radioattivi – parliamo non solo delle vecchie centrali dismesse ma anche di rifiuti sanitari prodotti negli ospedali – un deposito in sicurezza è assolutamente necessario. L’Italia ha perso fin troppo tempo. La Val d’Orcia è finita nell’elenco dei 67 siti “potenzialmente idonei” sulla base di una valutazione meramente tecnica e di criteri geologici e orografici che non tengono conto di altri parametri, come quelli paesaggistici e storico-naturali. Ma non credo che la Val d’Orcia corra davvero dei rischi. Sarebbe una follia”.

Fabrizio Vigni in piazza per l’Ambiente

Ed ancora, cosa pensi del dibattito fra Salvini e il ministro Cingolani? Non induce somma confusione negli italiani rimettere in discussione ciò che i referendum hanno dichiarato?

“Una discussione surreale. I referendum hanno chiuso la partita, punto. Cingolani, in forma maldestra dal punto di vista comunicativo, si riferiva in ogni caso alla ricerca sul nucleare di quarta generazione, che comunque non porterebbe ad applicazioni concrete prima del 2050. Mentre noi dobbiamo accelerare la transizione energetica ora. Puntando su energie rinnovabili, efficienza energetica, idrogeno verde. Salvini non sa neppure di cosa parla. Aria fritta, propaganda. Anzi, ormai neppure più quella, visto che non ne azzecca più una. Se ne stanno rendendo conto anche nella Lega”.

Fabrizio Vigni a evento degli Ecodem a Roma

Sembra che oggi l’unico pensiero sia di produrre/utilizzare l’energia e di come riciclare gli scarti, posto che l’economia circolare non dia soluzioni condivise. Ti sei occupato di rifiuti per lungo tempo. Hai una spiegazione perché non troviamo una soluzione al loro aumento e ad una corretta gestione. Cosa dici a chi vuole usare il combustibile dei CSS al posto del coke?

“La transizione ecologica cammina su due gambe: transizione energetica e economia circolare. E l’economia circolare, attenzione, non è solo riciclo dei rifiuti. È molto di più: uso efficiente delle risorse nei processi produttivi, ecodesign, durabilità dei prodotti, simbiosi industriale, nuovi modelli di consumo come la sharing economy. E’ qualcosa che riguarda l’intera economia. E l’Italia è tra i paesi leader: mentre il tasso di circolarità mondiale è circa al 9% e quello europeo al 12%, in Italia siamo oltre il 19%. Coordino un network nazionale di cui fanno parte circa 50 imprese e associazioni di impresa, che ogni anno elabora un rapporto sull’economia circolare. Ebbene, molti parametri collocano l’Italia tra i paesi più virtuosi in Europa, meglio della Germania. Pochi lo sanno, ma siamo tra i paesi più green per quanto riguarda la produttività delle risorse, le emissioni pro capite, l’uso efficiente dell’energia, il riciclo dei rifiuti e in particolare dei rifiuti industriali. Però c’è ancora tanto, tanto da fare. Siamo solo agli inizi di un cambiamento epocale. Quanto alla gestione dei rifiuti urbani in Italia ci sono situazioni di eccellenza, soprattutto al centro-nord, e situazioni arretrate, soprattutto al sud dove mancano impianti. Gli obiettivi giusti? Sono quelli indicati dalle direttive europee: almeno il 65% di riciclo; in subordine recupero energetico, ovvero termovalorizzazione o produzione di biometano dalla frazione organica; e solo come soluzione residuale, comunque non superiore al 10%, lo smaltimento in discarica”.

Aver svolto la funzione di amministratore in aziende pubbliche che si occupavano di rifiuti ti ha portato ad affrontare incongruenze e conseguenze. Ce ne vuoi parlare? Anche soltanto in termini generali e non necessariamente personali…

“Nel 2009, pur vivendo a Roma, ho accettato la proposta di fare il presidente di Siena Ambiente. Era un modo di mantenere un legame con Siena, per dare una mano a migliorare ulteriormente la qualità dei servizi ambientali. Poi nel 2016 mi sono ritrovato in un brutto incubo. Un avviso di garanzia nell’ambito delle indagini sulla gara per l’affidamento del servizio nell’ATO Toscana sud. Accuse assurde, insensate. Un incubo finito nel 2019, dopo quasi quattro anni, quando in udienza preliminare il giudice mi ha prosciolto da ogni accusa senza dunque rinviarmi a giudizio. Anche il Pubblico ministero, riconoscendo l’errore compiuto, aveva chiesto il mio proscioglimento. Quattro anni di sofferenza, di angoscia, di rabbia. Quattro anni – per usare le parole con le quali la regina Elisabetta commentò un suo annus horribilis – di non purissima felicità”.

Fabrizio Vigni a Siena Ambiente

Cosa ti ha insegnato questa vicenda?

“Tante cose. Una è che il nostro sistema giudiziario ha bisogno di riforme profonde. Chiunque può sbagliare, intendiamoci, non è infallibile neppure il Papa, figuriamoci un Pubblico ministero o la Polizia giudiziaria. Ma quel che è inaccettabile è l’incompetenza, la sciatteria, il pregiudizio. Perché di mezzo c’è la vita delle persone. Non generalizzerò mai, ci sono anche magistrati bravissimi, ma i problemi della giustizia italiana sono giganteschi. E un’altra cosa che ora so è questa: ciò che è capitato a me può capitare a chiunque. Uno pensa: non ho fatto nulla di male, a me non può capitare. Non è così. Ogni anno si registrano migliaia di errori giudiziari. A ciascuno di questi errori corrisponde una persona, la cui vita viene sconvolta. C’è chi non regge e crolla. C’è chi deve aspettare anni e anni per vedere riconosciuta la propria innocenza. C’è chi, innocente, passa mesi o anni in carcere. Non auguro a nessun di dover vivere un’esperienza simile, ma se certi cosiddetti giustizialisti che imperversano sui giornali e sui social provassero sulla loro pelle cosa significa essere ingiustamente accusati e sottoposti ad un calvario giudiziario forse capirebbero quanto siano importanti i principi dello Stato di diritto, a partire dalla presunzione di innocenza. C’è stato purtroppo in Italia un imbarbarimento del senso comune, della mentalità collettiva. Ha trovato terreno fertile un clima di populismo giustizialista – devo dirlo, anche per errori della Sinistra – che va contrastato con assoluta fermezza”.

Torniamo alla transizione energetica e al clima sempre più “matto”. Serviva, così com’è stato costruito, un ministero dedicato? Quali secondo te le realizzazioni cui potrà pervenire nel Governo Draghi?

“Aver istituito un Ministero della Transizione ecologica è cosa buona e giusta. Dopodiché, ovviamente, dovrà operare al meglio. La sfida principale del governo Draghi è di realizzare gli impegni contenuti nel Piano nazionale di ripresa e resilienza, che destina circa 70 miliardi alla transizione ecologica. Il PNRR ha anche delle carenze, ma siamo di fronte ad una mole di riforme e investimenti per la transizione ecologica impensabile solo fino a poco tempo fa. Un’ occasione da non sprecare”.

Perché nonostante che le coscienze si mobilitino e i cuori si scaldino, il mondo è sempre più sporco?

“Perché siamo andati avanti troppo a lungo con un modello di sviluppo insostenibile. Dobbiamo cambiare rotta. Nel 1912, commentando il naufragio del Titanic, Joseph Conrad scrisse: “A quanto pare esiste un punto in cui lo sviluppo smette di essere un vero progresso. Un punto in cui il progresso, per essere un vero avanzamento, deve variare la sua linea di direzione”. Non sono un catastrofista, ma è sempre più evidente che se non cambiamo direzione andremo a sbattere nell’iceberg. La soluzione non è la decrescita, ma uno sviluppo sostenibile, socialmente giusto, in equilibrio con la natura”.

Greta Thumberg a Milano per Youth4Climate con Roberto Cingolani, ministro Transizione Ecologica (a seguire il suo intervento)

https://fb.watch/8ms1FiciAe/

Greta Thumberg e non solo. I giovani europei sono sempre più incaz… E ora coinvolgono per mancanza di responsabilità sociale anche i colossi dell’automotive. Non così tanti in Italia e non così arrabbiati. Vuol dire che i millennial italiani sono stati cresciuti senza capacità di lottare e di aggregarsi? Come senti che la tua generazione e quella immediatamente successiva vivono la responsabilità etica di lasciare un Paese vivibile ai propri eredi?

“Non direi che in Italia vi sia minore mobilitazione che in altri paesi. Anche da noi la crescita di sensibilità ambientale riguarda soprattutto i giovani e i giovanissimi. Come in tutto il mondo. È una ragione di ottimismo, di speranza. E’ come passare il testimone in buone mani. Guardando la staffetta 4×100 alle Olimpiadi, quella splendida vittoria, mi sono tornate in mente le gare di atletica al tempo dei campionati studenteschi. Mi piaceva, certo, correre i 100 metri. Ma ancora di più la staffetta, perché mi faceva sentire parte di una squadra, di una sfida condivisa. E aveva una bellezza particolare quell’istante in cui, finita la mia frazione, arrivava il momento di passare il testimone, lasciando ad altri il compito di continuare. Era, in quell’istante, come poter dire a se stesso: la mia parte l’ho fatta, ragazzi, ho cercato di fare del mio meglio, ora continuate la corsa, potete farcela”.

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