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lunedì, Maggio 27, 2024

Autonomia Differenziata: intervento in commissione Affari Costituzionali alla presenza del ministro Calderoli

Gianni Cuperlo, da Facebook 11 aprile 2024

Grazie Ministro per la serietà che ha dimostrato assistendo a tutte le audizioni di queste settimane.

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Le risparmierò una lunga serie di rilievi critici (corredati da notazioni di ordine tecnico) che ha avuto modo di ascoltare nelle audizioni e che certamente torneranno negli interventi dei colleghi di opposizione.

Vorrei provare, invece, a condividere con Lei alcune considerazioni che, pure avendo come sbocco un giudizio negativo su questo provvedimento, muovono da preamboli diversi: di ordine storico e culturale.

Con una sola premessa più politica, ed è che in tutto il mondo occidentale non esiste un solo partito di governo che metta in discussione la natura dello Stato nazionale.

Non accade neppure dove lo Stato è una federazione di nazioni o di nazionalità diverse (come nel caso degli Stati Uniti o della Svizzera).

Ridotta all’osso potrei dire che la nostra opposizione a questo progetto nasce qui: il che non significa affatto rinunciare alla bandiera dell’autonomismo.

Quello rimane un principio saldo della Sua come della nostra cultura istituzionale.

Un valore coltivato nel tempo e scolpito nel suo profilo di sussidiarietà dalla Costituzione del ’48.

La distanza politica di adesso ha una natura diversa.

Nel senso che ciò che noi contestiamo – direi in radice – è una miscela tra forma dello Stato (l’autonomia differenziata) e forma di governo (il premierato) che, a nostro avviso, punta a una rivalsa precisamente nei confronti di quell’impianto.

Di più: punta a sradicare le radici storiche che quell’impianto autonomista hanno reso possibile.

Per motivare questa valutazione, Lei mi perdonerà uno sguardo al passato: e a un passato giustamente glorificato come il nostro Risorgimento.

Quella pagina aveva tre obiettivi.

Liberare l’italiano dalla servitù del dispotismo (dal piede dello “straniero”).

Conferirgli una nuova dignità come cittadino di uno Stato nazionale.

Affermare le capacità dell’individuo contro il privilegio di nascita e di casta.

Era un’aspirazione che si sposava al sentimento del bene collettivo e che molto più tardi sarebbe divenuto il fondamento della cittadinanza repubblicana.

Ora, signor Ministro, si trattava di una coscienza condivisa se non dalla totalità, da una grande massa degli italiani?

La risposta è No.

A lungo quello è stato il sentire di un’avanguardia.

E a confermarlo è il fatto che nel caso nostro non esiste il grande romanzo del Risorgimento (mentre i francesi hanno una letteratura epica sulla Rivoluzione e i tedeschi sulla frattura romantica hanno edificato persino una filosofia).

Noi abbiamo avuto piuttosto il grande romanzo dell’Anti risorgimento: quel Gattopardo dove tutto si doveva cambiare perché tutto rimanesse eguale a prima.

Grandissimo romanzo dove, però, il corpo centrale non era il bisogno di risorgere, ma esattamente l’opposto: un senso di caduta del vecchio mondo.

C’è una bella espressione di Mazzini che forse Lei ricorda.

Dice: “La nazione è un’associazione, non un aggregato”.

Credo la si possa leggere assieme all’altro concetto di nazione elaborato da Renan: “La nazione è un’anima, un principio spirituale. Due cose che, a dire il vero, fanno tutt’uno. L’una è nel passato, l’altra nel presente. L’una è il possesso comune di un ricco lascito di ricordi; l’altra è il consenso attuale, il desiderio di vivere insieme, la volontà di continuare a far valere l’eredità che si è ricevuta indivisa. L’uomo, signori, non si improvvisa. La nazione, come l’individuo, è il risultato di un lungo passato di sforzi, di sacrifici e di dedizione”.

Vuol dire che la nazione (categoria a Voi della maggioranza molto cara in questa stagione che vi vede forza di governo) coltiva un sentimento di fratellanza, che poi è quello che – temiamo – questa riforma finirebbe inevitabilmente per colpire favorendo di nuovo la disunità del Paese.

Dunque, contro questo disegno concorrono non solamente la cronaca o le ragioni tecniche richiamate qui nel corso delle scorse giornate e settimane.

Contro questo tentativo c’è una intera parabola storica e culturale che ha segnato la costruzione unitaria dello Stato italiano.

Comunque la si pensi, non è un tema da poco perché non ha a che vedere solo con un assetto di poteri e competenze, ma riguarda la stessa identità – il modo d’essere e di vivere la propria appartenenza nazionale – di un popolo.

Insomma, molto tempo e molta fatica è costata l’unificazione del Paese: perché si trattava di sanare una doppia disunione (orizzontale, tra territori) e verticale (il carattere degli italiani).

Nello specifico, due pagine epiche hanno affrontato e largamente risolto il tema: il Risorgimento appena citato e la Resistenza.

Il primo ha aggredito la disunione orizzontale con un principe politico (il conte di Cavour) e un principe guerriero (Giuseppe Garibaldi).

Ma la disunione verticale è rimasta in vita anche dopo allora (fosse solo perché sul carattere dello Stato e degli italiani esistevano opinioni diverse: il cattolico Gioberti non la pensava come il repubblicano Mazzini).

La Resistenza colma anche la disunione verticale e lo fa creando le premesse di una democrazia rappresentativa fondata sul compromesso costituzionale delle grandi culture politiche accomunate dalla lotta di liberazione dal fascismo.

Nascono le istituzioni repubblicane, e dietro a quelle i partiti di massa con la loro capacità di incanalare nel patto repubblicano milioni di donne e uomini disabituati alle regole della dialettica democratica.

La grandezza dell’Italia nel secondo dopoguerra trova qui un terreno fertile.

Si ricostruisce il paese (la nazione) dalle fondamenta dinanzi a un panorama di macerie e miserie morali e materiali.

La scuola accessibile a tutti, da Nord a Sud.

Le grandi riforme, da quella agraria a quella fiscale.

L’industrializzazione e il decollo economico e competitivo di regioni sino ad allora segnate da ritardi e arretratezze.

Ora, entrambe quelle 2 pagine epiche durarono poco (50 anni).

L’Italia liberale avrebbe aperto la strada al fascismo (con la complicità o il silenzio della Corona e del Vaticano).

I partiti di massa si sciolgono, o si trasformano, sotto la scure dei primi anni ’90 (con la riapertura della disunione orizzontale del Paese: cosa fu signor Ministro l’evocazione della secessione se non questo?).

La polemica su centralismo e decentramento si è collocata dentro queste paratie storiche e culturali.

Per i primi 25 anni di vita della Repubblica il centralismo – inteso come rinvio del decentramento – è stato prerogativa della forza di maggioranza relativa.

La DC temeva che sul versante dell’iniziativa legislativa la carta del regionalismo allargasse il potere di quella sinistra rappresentata dal PCI e che non poteva avere accesso al governo del Paese.

Una volta colmato il ritardo, però, si è compreso come anche quel processo poteva accelerare l’approdo a una democrazia più compiuta.

Ma sempre con una consapevolezza che quelle classi dirigenti – di governo e di opposizione – avevano ben chiara.

Ed era che l’Italia, nella sua non lunghissima vicenda unitaria, aveva sempre sofferto le stagioni segnate da élite della politica intente a dividere il Paese.

Tra Nord e Sud.

Tra le città e le aree interne.

Tra le generazioni e stratificazioni sociali troppo rigide.

Questo aveva influito sul tasso di crescita della nostra economia e sulla stessa coesione sociale.

L’Italia anche negli indicatori economici – e della produttività del sistema-paese – è cresciuta meno e male con Crispi, col fascismo, con la destra di Berlusconi.

Siamo cresciuti di più e meglio quando a guidare il Paese vi sono state élite più o meno illuminate, ma comunque consapevoli che uno Stato nato tardi e con un retaggio di storture (debole senso dell’ordine e delle regole, una corruzione diffusa, un familismo amorale) tanto più andava tenuto unito.

Tradotto: l’Italia è cresciuta di più e meglio con Giolitti, col primo centrosinistra degli anni ’60, con l’Ulivo.

Questo per dire che opporsi oggi a questo disegno è anche il modo per aiutare l’economia e l’impresa sana del Paese a non disperdere le opportunità di sviluppo e integrazione nel mercato europeo e internazionale.

Ecco perché bloccare questa riforma diviene per noi un dovere politico, ma caricato di un significato storico e culturale.

Per voi della maggioranza il traguardo fondamentale di questa legislatura è chiaro e dichiarato.

Ed è manomettere la Costituzione formale e materiale che per oltre 70 anni ha visto una sola cultura esclusa dai fondamenti del compromesso costituzionale e del patto repubblicano.

Per Fratelli d’Italia cancellare quello stigma equivale a un traguardo politico e simbolico.

In una sintesi, un traguardo storico.

Ora, io non penso che oggi al governo dell’Italia ci sia una riedizione del fascismo.

Penso una cosa diversa.

Che la destra attuale (molto poco affine alla stagione berlusconiana e bossiana) abbia tutto l’interesse – e l’ambizione – di chiudere una volta e per sempre la stagione della discriminante antifascista delle istituzioni repubblicane.

E che questo obiettivo trovi nella bicicletta tra premierato e autonomia lo strumento scelto per concludere con successo la corsa.

A Bruxelles la destra radicale si batte per il primato del diritto interno su quello comunitario, che tradotto vuol dire l’Europa delle nazioni contrapposta allo spirito di Ventotene.

Qui, quella stessa destra punta a creare micro-stati slegati da una concezione unitaria del bene comune.

Ma con una differenza – anzi, più di una differenza – dentro le fila della maggioranza.

Perché tra il premierato e questa autonomia ci sono degli evidenti conflitti.

La prima richiede una legge costituzionale, l’altra una legge ordinaria rinforzata come previsto dal terzo comma del 116.

La proposta di riforma muove, in termini culturali, da ciò che va trasferito alle regioni mentre logica in imporrebbe di definire prima il confine di quello che deve rimanere allo Stato.

Ora, se l’autonomia viene approvata prima della riforma del premierato ci potremmo trovare di fronte a delle contraddizioni evidenti dei due modelli.

La domanda, allora, è se la maggioranza punta soltanto a frammentare l’Italia in tanti piccoli Stati semi indipendenti (la Lombardia non supererebbe su scala europea il Portogallo mentre Veneto ed Emilia-Romagna non raggiungerebbero la dimensione della Danimarca).

Quella non sarebbe un’Italia più competitiva come è del tutto evidente.

Il che fa pensare che l’obiettivo vero potrebbe essere quello di una macro regione costruita sull’articolo 117, comma 8 della Costituzione, per cui “la legge regionale ratifica le intese della Regione con altre Regioni per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni”.

Cioè l’evocazione di un direttorio dei governatori del Nord: potrebbe succedere, oggi più di ieri.

Ma cosa sarebbe del parlamento nazionale e del Primo Ministro assoluto in quel caso?

E cosa sarebbe soprattutto dell’unità d’Italia?

E ancora: la legge che stiamo discutendo è nella sostanza una legge che regola le procedure per concedere l’autonomia ai sensi dell’articolo 116 comma tre.

La legge in discussione non può essendo una legge ordinaria fissare dei limiti giuridicamente vincolanti alla legge che successivamente approva l’intesa.

Questo lo abbiamo ricordato anche al Senato, sia in commissione che in dichiarazione di voto nell’aula.

Tradotto: il capo del governo può escludere alcune materie dalle trattative per l’intesa, ad esempio la scuola. ma se la legge successivamente in base all’ex articolo 116 comma tre approvasse un’intesa comprendente anche la scuola, sarebbe quella intesa a prevalere.

Come questo si accompagni all’idea di un premierato forte, l’altro cavallo di battaglia di questa maggioranza, rimane per noi un mistero.

In conclusione, signor Ministro, le molte audizioni che si sono succedute e che Lei ha avuto la cortesia istituzionale e la pazienza umana di seguire hanno a più riprese demolito l’impianto della legge sotto il profilo della sua costituzionalità, e soprattutto del rispetto di quei principi di uguaglianza nell’accesso a beni e servizi primari che è compito dello Stato erogare a parità di mezzi e risorse in ogni angolo di questa nostra penisola (isole comprese).

La maggioranza ha scelto la strada di una accelerazione che consideriamo irricevibile.

Restringendo i tempi della discussione generale e calendarizzando l’approdo all’Aula per il 29 aprile (immagino con l’intenzione di contingentare i tempi del calendario del mese prossimo).

Lo giudico un atto di forza che i vostri numeri forse consentono, ma la ragione avrebbe sconsigliato per la portata enorme delle implicazioni che questo regionalismo differenziato – perché alla fine di questo si tratta – avrà sulla tenuta del nostro storico ordinamento dello Stato.

Che aggiungere?

Non certo una minaccia, che per altro non vi spaventerebbe, ma un impegno.

La nostra opposizione si esprimerà nelle aule di questo Parlamento, ma vivrà in primo luogo fuori da qui.

Nelle città del Nord, del Centro e del Sud dove racconteremo i guasti che questa controriforma dell’equità e giustizia sociale determinerà.

Sarà per noi la più intensa battaglia di questa legislatura.

Per le convinzioni che ci muovono sul merito, e soprattutto per la responsabilità che sentiamo verso coloro che sono venuti prima di noi e quanti verranno dopo.

Uno slogan di questa nostra campagna ancora non ce l’ho.

Ma se dovessi improvvisarne uno forse direi così: “Erano partiti con Alberto da Giussano. Hanno sposato lo sceriffo di Nottingham”.

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