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giovedì, Giugno 20, 2024

Belcaro, un piccolo castello che merita

Cinto da lecci e cipressi, tutto è com’era seicento anni fa. La mano del Peruzzi si vede bene

Ho visitato Belcaro, ci siamo avvicinati percorrendo una cupa strada fiancheggiata di lecci contorti.

Sembravano braccia protese a difesa della via al maniero, le foglie erano così fitte che oscuravano il cielo, i rami, così grossi e nodosi, che temevi ti colpissero da un momento all’altro.

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Sotto le mura, una strada coperta di duro calcare lastricava l’ultimo tratto, tutto incuteva rispetto, solo il grosso portone di ferro spalancato ci ha invitato a entrare come ospiti graditi.

Piove a dirotto, eppure, in un gesto istintivo scosto l’ombrello, la quinta disegnata da Baldassarre Peruzzi è magnifica, sullo sfondo i due piccoli archi che conducono al giardino, sono un coup de théâtre, non so se scattare una foto o lasciare scorrere il tempo, tutto è perfettamente conservato.

Entro nel giardino le aiuole hanno una rasata erba, verde brillante, punteggiata di vasi con aranci e limoni, alcuni carichi di frutti, non sono un agronomo, mi sembra un miracolo, forse della splendida limonaia che mi si para di fronte, accanto, una graziosa cappella, di un rosa antico, splendidamente affrescata.

Corro alle mura, salgo sui bastioni, da qui i capitani dell’esercito di Carlo V dirigevano l’attacco su Siena, alleati coi Medici l’ebbero vinta.

Mi rifugio in cucina, mi aspetto che un armigero mi sbarri il passaggio, un angusto pertugio mi conduce in cantina, una ordinata fila di botti protette da una solida grata mi chiude il passaggio.

Ritorno alla luce, ritrovo la strada percorro il crinale, gli alberi, padroni dei cigli, si aprono, ti lasciano intravedere dolci colline, ferme lì, in un tempo indefinito.

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