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sabato, Ottobre 1, 2022
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Il dramma pare superato per chi lo osserva da lontano, non per chi lo vive da dentro

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Post del 21 ottobre

Le poche righe di oggi (sono in viaggio verso Bari) le devo a Francesca Mannocchi e a Paolo Brera e a quei giornalisti che stamane hanno raccontato la fine di Mahjabin Hakimi, giovane pallavolista della nazionale afghana, era di etnia hazara e aveva solo il desiderio di vivere la vita.

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L’Independent Persian (quotidiano in lingua farsi) ha scritto che i talebani l’avrebbero decapitata imponendo subito poi alla famiglia l’obbligo di tacere.

Ad agosto, nei giorni in cui i riflettori del mondo erano accesi sull’aeroporto di Kabul, Mahjabin Hakimi non era riuscita a raggiungere lo scalo per salire su uno dei voli della evacuazione.

Era rimasta lì, ostaggio di quel nuovo-vecchio regime che ha ripristinato le nuove-antiche leggi.

Non ha avuto la stessa sorte della sua compagna di squadra, Safiya, che Mauro Berruto, ex ct della nazionale di volley e oggi responsabile dello sport nel Pd, era riuscito a portare in salvo.

Per giorni ci si era occupati del destino di quelle giovani donne. Dopo, e Francesca Mannocchi lo spiega, la rimozione ha creato quel solito vuoto che segue ai momenti drammatici, una volta che il dramma pare superato per chi lo osserva da lontano, non per chi lo vive da dentro.

Siamo l’Occidente, capaci per definizione di commuoverci dinanzi alle vittime. Molto meno capaci di combattere senza sosta per quante vittime ancora non sono diventate, ma lo saranno se il mondo volgerà ancora lo sguardo dall’altra parte.

Dirlo è anche il modo che abbiamo per assumerci le nostre responsabilità.

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