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giovedì, Aprile 18, 2024

La “bicicletta” del premierato e dell’autonomia differenziata

Gianni Cuperlo
da Facebook
28 marzo 2024

Immaginate un ministro – nel caso specifico l’incaricato agli affari regionali e alle autonomie, Roberto Calderoli – costretto per settimane e mesi a seguire, quasi sempre silente, una raffica di audizioni parlamentari dove studiosi di diritto costituzionale, associazioni di categoria, sindacati, centri studi, letteralmente demoliscono la sua riforma detta dell’autonomia differenziata.

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Immaginatelo serafico subire una batteria di critiche di metodo e merito che si traducono in una bocciatura senz’appello.

Salvo che il ministro e il governo paiono voler procedere spediti senza dar troppo peso a quella valanga di obiezioni.

Perché accade?

Provo a rispondere con qualche telegramma.

Il primo è questo.

In tutto il mondo occidentale non esiste un solo partito di governo che metta in discussione la natura dello Stato nazionale.

Non accade neppure dove lo Stato è una federazione di nazioni o di nazionalità diverse (come nel caso degli Stati Uniti o della Svizzera).

Ridotta all’osso l’opposizione al progetto della destra nasce qui.

Il tema non è lasciare a loro la bandiera dell’autonomismo.

Quello rimane un principio saldo della nostra cultura istituzionale.

Un valore coltivato nel tempo e scolpito nel suo profilo di sussidiarietà dalla Costituzione del ’48.

Lo scontro politico di adesso ha una natura diversa.

Con una destra che nella miscela tra forma dello Stato (l’autonomia differenziata) e forma di governo (il premierato) punta a una rivalsa precisamente nei confronti di quell’impianto.

Di più: punta a sradicare le radici storiche che quell’impianto hanno reso possibile.

Il secondo telegramma si riferisce a quella storia.

Come spiega Emilio Gentile il nostro Risorgimento aveva tre obiettivi.

Liberare l’italiano dalla servitù del dispotismo (dal piede dello “straniero”), conferirgli una nuova dignità come cittadino di uno Stato nazionale, affermare le capacità dell’individuo contro il privilegio di nascita e di casta.

Era un’aspirazione che si sposava al sentimento del bene collettivo e che molto più tardi sarebbe divenuto il fondamento della cittadinanza repubblicana.

Si trattava di una coscienza condivisa se non dalla totalità, da una grande massa degli italiani?

La risposta è no.

A ben vedere quello è stato a lungo il sentire di un’avanguardia.

E a confermarlo, ancora Gentile lo rammenta, il fatto che nel caso nostro non esiste il grande romanzo del Risorgimento (mentre i francesi hanno una letteratura epica sulla Rivoluzione e i tedeschi sulla frattura romantica hanno edificato persino una filosofia).

Noi abbiamo avuto piuttosto il grande romanzo dell’anti risorgimento: quel Gattopardo dove tutto si doveva cambiare perché non cambiasse nulla.

Grandissima epopea contrassegnata non già dal bisogno di risorgere, ma esattamente dall’opposto, un senso di caduta irrimediabile del vecchio mondo.

Dunque, si potrebbe dire che contro il disegno di adesso concorrono non solamente la cronaca o ragioni tecniche per quanto motivate.

Contro questo tentativo c’è una intera parabola storica e culturale che ha segnato la costruzione unitaria dello Stato italiano.

Comunque la si pensi, non è un tema da poco perché non ha a che vedere solo con un assetto di poteri e competenze, ma riguarda la stessa identità – il modo d’essere e di vivere la propria appartenenza – di un popolo.

Terzo telegramma.

Per i primi 25 anni di vita della Repubblica il centralismo inteso come rinvio del decentramento è stato prerogativa della forza di maggioranza relativa.

La DC temeva che sul versante dell’iniziativa legislativa la carta del regionalismo allargasse il potere di quella sinistra rappresentata dal PCI e che non poteva avere accesso al governo del Paese.

Una volta colmato il ritardo, però, si è compreso come anche quel processo poteva accelerare l’approdo a una democrazia più compiuta.

Ma sempre con una consapevolezza che quelle classi dirigenti – di governo e di opposizione – avevano ben chiara.

Ed era che l’Italia, nella sua non lunghissima vicenda unitaria, aveva sempre sofferto le stagioni segnate da élite della politica intente a dividere il Paese.

Tra Nord e Sud.

Tra le città e le aree interne.

Tra le generazioni e stratificazioni sociali troppo rigide.

Questo aveva influito sul tasso di crescita della nostra economia e sulla stessa coesione sociale.

L’Italia anche negli indicatori economici e della produttività del sistema-paese è cresciuta meno e male con Crispi, col fascismo, con la destra di Berlusconi.

Siamo cresciuti di più quando a guidare il Paese vi sono state élite più o meno illuminate, ma comunque consapevoli che uno Stato nato tardi e con un retaggio di storture (debole senso dell’ordine e delle regole, una corruzione diffusa, un familismo amorale) tanto più andava tenuto unito.

Tradotto: le cose sono andate meglio con Giolitti, col primo centrosinistra degli anni ’60, con l’Ulivo di Romano Prodi.

Questo per dire che opporsi oggi a questo disegno è anche il modo per aiutare l’economia e l’impresa sane a non disperdere le opportunità di sviluppo e integrazione nel mercato europeo e internazionale.

Quarto telegramma.

Per la destra le riforme in gioco rappresentano il traguardo fondamentale di questa legislatura.

Loro puntano a manomettere la Costituzione formale e materiale che per oltre 70 anni ha visto quella cultura esclusa dai fondamenti del compromesso costituzionale e del patto repubblicano.

Cancellare quello stigma equivale a un traguardo politico e simbolico.

In una sintesi, sarebbe un traguardo storico.

Ora, io non penso che al governo dell’Italia ci sia oggi una riedizione del fascismo.

Penso una cosa diversa.

Che questa destra abbia tutto l’interesse a chiudere una volta e per sempre la stagione della discriminante antifascista delle istituzioni repubblicane.

Questo obiettivo trova nella “bicicletta” tra premierato e autonomia il mezzo di trasporto scelto per completare con successo la corsa.

A Bruxelles la destra radicale si batte per il primato del diritto interno su quello comunitario, che tradotto vuol dire l’Europa delle nazioni contrapposta allo spirito di Ventotene.

Qui, quella stessa destra punta a creare micro-stati slegati da una concezione unitaria del bene comune.

Allora, se vogliamo sconfiggere il disegno dobbiamo fare due cose.

Allargare il più possibile il perimetro dell’opposizione a quella strategia e questo significa non dividere la nostra metà del campo saldando la giusta reazione del Sud – sindaci, imprese, sindacati, scuole e università, mondo della sanità, forze della cultura – al resto dell’Italia in una campagna che fondi sulla solidarietà come punto di forza per entrambi – Nord e Sud – il caposaldo dell’iniziativa nei prossimi mesi.

La seconda priorità è il bisogno di non ridurre la battaglia a una palestra di specialisti.

La materia è tecnica, su questo non ci piove, ma vinceremo la prova se sapremo offrirle una torsione politica e la faremo diventare una mobilitazione dal basso, oltre la sola dimensione delle istituzioni.

Lo dico per un’ultima ragione.

Se mai sul premierato si arriverà al referendum non illudiamoci.

Sarà una battaglia difficile fosse solo perché non si voterà su oltre 60 articoli della Carta come nel 2006 o sui 47 articoli della riforma del 2016.

Questa volta il quesito sarà su 4 articoli e la campagna – fino dal titolo – veicolerà un messaggio elementare e pericoloso.

Loro diranno banalmente: “volete finalmente dare all’Italia un governo stabile guidato da un uomo o una donna forti?”.

Col corollario di un j’accuse a partiti corrotti e politici privilegiati e inutili.

A quel punto non basterà mettersi a difesa di un sacrosanto equilibrio dei poteri.

Bisognerà convincere una maggioranza degli italiani che queste riforme – e questa idea dell’autonomia in particolare – avrebbero come conseguenza un attacco ai loro diritti e alle loro condizioni di vita.

Nel lavoro e nel fare impresa, nel curarsi e nel diritto a una formazione pubblica e di qualità.

La verità è che a destra vogliono l’uomo forte, ma gli italiani deboli.

Tutto sommato continuo a credere che solo un popolo solido nelle sue libertà e nei suoi diritti possiede la capacità di una politica all’altezza del proprio tempo.

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