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sabato, Ottobre 1, 2022
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E se la tecnologia non bastasse a salvare il mondo?

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Chi pensa alle nuove tecnologie, alla ricerca scientifica, alla realtà virtuale, alle biotecnologie, alle apparecchiature green, lo fa per migliorare la vita dell’uomo e le condizioni di vivibilità del pianeta.

Prendiamo dal web – in queste giornate di scoraggiante caldo “progressista” – una tesi a favore e una contraria su questi sforzi. La prima crede nelle otto tecnologie citate dalla relazione Onu del 2020, la seconda, pur apprezzandole, dice che è soprattutto una questione di stile di vita.

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E tuttavia c’è una bella contraddizione. Queste scoperte, invenzioni e soluzioni devono poi esser passate – se non sono possedute all’origine – ad un capitale finanziario prevalentemente speculativo che aggancia la produzione al profitto e, in ultima analisi, decide il momento più opportuno per lanciarle sui mercati. Possiamo fare l’esempio – negato fino all’utopia – del ritardo con cui l’automotive sta lasciando le energie da carbon fossile oppure l’impossibilità di fatto di rendere patrimonio comune alcuni farmaci o far progredire le cure delle malattie rare.

Di fatto, questo aspetto del capitalismo teso al profitto – e talvolta anche i c.d. Paesi socialisti fanno lo stesso – sceglie su criteri privatistici l’uso delle tecnologie innovative cagionando un danno all’essere umano e senz’altro agendo contro la Natura. E le differenze crescono. Le distanze sono più visibili tra popoli, paesi, continenti, ma anche all’interno delle nazioni la forbice economica agisce trasformando la società non in un unicum omogeneo ma in una stratificazione di diverse enclavi dove antropologicamente si stanno formando sottoculture sempre più irrequiete.

Pensare con creatività e intelligenza e agire per convenienza equivale a razzolare male. Papa Francesco qui ci aggiunge anche contesti morali, e difatti il fenomeno è il vero problema dell’oggi. Alla fine nessuno è totalmente responsabile, ma neanche è ciò che dice di essere. I racconti sono tutti fasulli o, per meglio dire, non tesi all’oggettività. Chi ha mezzi in comunicazione può fare apparire verosimile ciò che è conveniente.

Dire che oggi la prima sensazione in un incontro non sia quella della fiducia, direi che è scontato. Nessuno più si fida di nessuno. Controlli, sistemi di alert, monitoraggi sono le risposte più facili dello stesso Governo riguardo i nostri comportamenti e comunque, tutto questo, non ci protegge dall’esposizione a truffe e furti, soprattutto di identità.

La reazione comune – e se ne trova facile esempio ogni dieci post di un social – è quella del polarismo. Esser certi di una cosa e dar credito solo a coloro che la nostra sensazione confermano. E’ diverso dal soppesare, leggere, intuire, valutare che sono cose che richiedono tempo e dubbi.

Alla fine ci troveremo in mondi separati. Visionari di un mondo idilliaco che si costruiranno i loro verdi eden, forti del fatto che il risultato terreno delle loro visioni gli avrà fatto piovere tanti soldi nelle tasche e altri – chiamiamoli materialisti senza prospettiva – che avranno distrutto il tessuto connettivo della nostra società, sostituendolo con il tutti contro tutto. E con il pericolo che dare sfogo fisico allo scontento risulti l’unica strada.

Ci convince, in conclusione, chi dice che bisogna mutare prospettiva e modo di pensare. Ma quando avverrà? Bisogna far presto. Le cronache di questi giorni ci informano di un terzo di metro di crescita dell’innalzamento dei mari – ossia per fare un esempio niente spiagge in Versilia -, quindi l’acqua alla gola stiamo per averla.

Certo per le salvezza delle Maldive, la nostra prospettiva aumentata può far poco, ma per la nostra città le cose potrebbero esser differenti. C’è meno ricchezza, meno lavoro, i giovani oltrepassano la soglia della maturità senza far nulla. E nessuno che dice chiaramente – pur essendo in una patria delle nuove tecnologie – che cosa di diverso può esser fatto. Crediamo profondamente che qualcosa di diverso possa esser compiuto oltre dare la stura al dissenso.

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